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sabato 4 luglio 2015

La battaglia partigiana della 101^ GAP alla Mazzafame

http://www.legnanonews.com/news/1/49187/

21 giugno 1944 - La battaglia partigiana della 101^ GAP alla Mazzafame

Poco dopo le ore 19 dell’8 settembre 1943 venne annunciato via radio l’armistizio con gli angloamericani. L’indomani mattina i fratelli Mauro e Carlo Venegoni entrarono per l’ultima volta nel cortile della fabbrica metalmeccanica Franco Tosi e Carlo fece un brevissimo discorso agli operai, solo un paio di minuti per invitarli alla lotta, alla resistenza contro i fascisti che presto si sarebbero riorganizzati e contro i nazisti che avrebbero costituito una forza di occupazione.
Le origini della Resistenza a Legnano
I Venegoni avevano anni di antifascismo, di lotta e di confino alle spalle e attorno a loro già si era formato un gruppetto di antifascisti di Legnano e della zona. Dopo l’8 settembre, con il rientro a casa dei giovani militari riusciti a sfuggire alla cattura e alla deportazione negli Stalag ed Offlag di Germania e Polonia, il gruppo resistenziale che aveva come riferimento i fratelli Venegoni (Carlo, Mauro, Pierino e Guido) si è ulteriormente allargato: tra i primi partigiani della nostra città possiamo ricordare Piera Pattani, Anna Re, Angela Allogisi, Bruno Feletti (Fontana), Arno Covini, Spartaco Andrei, Dino Garavaglia, Renzo Vignati, Arturo Fusetti, Bruno Lonati (Valeri), Annibale Schiavo, Dino Loschi, Giovanni Brandazzi, Angelo Sant’Ambrogio (deportato dalla Tosi a Mauthausen e morto nel castello di Hartheim) e molti altri. Queste persone costituivano la 101^ Brigata Garibaldi SAP (Squadra di Azione Patriottica) “Giovanni Novara”, legata alle fabbriche di Legnano e dei paesi limitrofi.

Resistenza cattolica
A Legnano operava anche una formazione cattolica che aveva nella nostra città come punto di riferimento don Carlo Riva, coadiutore della parrocchia di San Domenico, ed elementi di spicco quali Anacleto Tenconi (futuro primo sindaco di Legnano libera), Alberto Tagliaferri e Neutralio Frascoli: prenderà il nome di “Brigata Carroccio” e farà parte della Divisione Alfredo Di Dio, particolarmente attiva in Val d’Ossola.
Resistenza cattolica e non cattolica non sono rimasti mondi a sé a Legnano ma hanno collaborato fin da subito. Anacleto Tenconi ricorda nel suo libro “Rapsodia in tono minore” il primo incontro. “Novembre 1943. Ricordo una lontana sera di quel periodo, una sera nebbiosa, oscura, in cui ci trovammo, io, il rag. Neutralio Frascoli, Guido Venegoni e Arturo Fusetti nei pressi della immagine religiosa (la cosidetta [sic] Madonna Mora) sita sulla casa Marinoni in angolo tra la via Lega e via Alberto da Giussano. … Fu così che incominciò il movimento clandestino a Legnano.”

Nasce la 101^ GAP
E fin da subito si formò a Legnano, con punto di riferimento la Cascina Mazzafame, anche un gruppo scelto di partigiani particolarmente audaci che vivevano in clandestinità e si occupavano delle azioni più pericolose: i Venegoni chiesero al ventenne Samuele Turconi (Sandro) di prenderne il comando. Nacque così la 101^ Brigata Garibaldi GAP (Gruppo di Azione Patriottica) “Giovanni Novara” di Mazzafame e Gorla Maggiore.

Essere gappista
Non era facile far parte di una GAP: ci voleva fedeltà, onestà, intelligenza, coraggio fuori dal normale e non tutti erano adatti. Anche nella prima GAP costituitasi a Milano ai primi di ottobre del 1943 su 30 o 40 militanti volontari vagliati solo 12 vennero scelti, nonostante la necessità di formare la squadra: chi per validi motivi familiari, chi per il timore di non saper resistere alle torture in caso di arresto, chi per una ripulsa a scatenare il terrore individuale, molti preferivano andare a combattere in montagna piuttosto che fare la guerriglia in città. Il partigiano in montagna, infatti, si sente più sicuro, combatte in formazioni più numerose, su un terreno più vasto, con maggiori possibilità di sganciamento. Non era così per i gappisti che vivevano e agivano in città, con vita clandestina, ritirata, costantemente controllata, sempre sottoposti a continua tensione nervosa, prima, durante e dopo le rischiosissime azioni. Spie e delatori non mancavano e il rischio di venire arrestati era all’ordine del giorno: un gappista arrestato era sicuro di venire sottoposto alla tortura.

Azioni militari dei gappisti a Legnano
Questi partigiani della 101^ GAP, una quindicina a Legnano e venti o trenta a Gorla, agivano in squadre ridotte quasi sempre di sole quattro unità, effettuando in tutta la Valle Olona e fino a Varese disarmi, deragliamenti di treni con mezzi meccanici (usavano delle specie di cunei realizzati nella fonderia Pensotti: solo da novembre 1944 ebbero a disposizione dell’esplosivo), sequestro di armi nelle fabbriche o di viveri per i partigiani di montagna (famoso a Legnano il sequestro di quattro, forse cinque, quintali di burro alla Centrale del Latte di via Montenevoso), attacchi armati di disturbo a caserme, posti di blocco, garitte del dazio, attentati con eliminazione fisica di spie o militari fascisti e nazisti (famoso l’attentato del 4 novembre ’44 all’Albergo Mantegazza, vicino alla stazione di Legnano), salvataggio, anche con fuga dagli ospedali, di civili (a rischio di deportazione) o partigiani feriti piantonati.
Dalle cronache delle Brigate Garibaldi risulta che questa era la formazione più audace, più attiva, più decisa, meglio armata e più efficace perlomeno di tutta la provincia di Milano e Valle Olona.
Vice-comandante della GAP era il ventunenne Giuseppe Rossato (Gelo) e ne facevano parte Irene Dormelletti di Gorla Maggiore e Francesca Mainini di Legnano, staffette di collegamento col CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) di Milano, specializzate Irene nel nascondere e scortare i partigiani e Francesca nel collaborare con Samuele Turconi per gli attentati dinamitardi.

21 giugno '44: Cascina Mazzafame
Proprio il gruppo di una quindicina di partigiani legnanesi della 101^ Brigata Garibaldi GAP la sera del 21 giugno 1944 venne circondato da 250-300 fascisti in assetto di guerra provenienti da Busto Arsizio, avvisati da una delazione riguardo alla presenza dei partigiani alla Cascina Mazzafame, dove ora si trova il maniero della Contrada La Flora.
Un problema costante dei partigiani era la fame e quella sera, contrariamente al loro solito, si erano fermati un poco di più alla Cascina, dove molti del gruppo, comandante compreso, avevano genitori e parenti: si erano fermati a mangiare qualcosa.
Erano arrivati alla Cascina verso le nove, le nove e mezza e attorno alle dieci, dieci e mezza si sono sentiti i primi spari: sono stati i fascisti a far fuoco per primi.
I contadini della Ponzella, intuendo la gravità della situazione, fecero in tempo a fuggire di casa allontanandosi il più possibile, ma alla Mazzafame rimasero anch’essi accerchiati, in quando i fascisti avevano circondato tutta la zona con un giro larghissimo che arrivava fino alla via Novara. Ricorda infatti il comandante della 101^ GAP Samuele Turconi “non furono solo i fascisti legnanesi ad attaccarci: ci attaccò la PAI (Polizia Africana Italiana), la Brigata Nera e la Decima MAS di Busto. Rastrellarono tutte le famiglie della Mazzafame e le radunarono vicino alla chiesa minacciandole di morte se non ci fossimo arresi”. Donne, bambini, vecchi contadini tra cui uno di 97 anni, buttati fuori dalle case anche in pigiama: tutti al muro, mentre i fascisti minacciavano di dar fuoco alla Cascina.
I partigiani erano solo una quindicina, armati di rivoltelle, mentre i 250-300 fascisti avevano i mitra. “Combattemmo strenuamente – continua Samuele - e quando alle undici di sera ci accorgemmo di essere stati circondati capimmo che per noi non c’era più nulla da fare. Decidemmo di non arrenderci comunque anche se le forze in campo erano decisamente a nostro sfavore e combattemmo furiosamente fino all’alba”.

Inizia il conflitto a fuoco
Lo scontro fu durissimo. Il comandante Samuele Turconi fu tra i primi ad essere ferito: poco prima di mezzanotte una sventagliata di mitra lo colpì ad una gamba. Venne ferito molto gravemente anche un altro partigiano, Nino Lepori di Fagnano Olona: una pallottola gli trapassò il torace e perforò un polmone.
Verso l’alba Samuele Turconi venne nuovamente ferito, un’altra sventagliata di mitra lo colpì all’altra gamba e non fu più in grado di muoversi. Le munizioni dei partigiani, per quanto centellinate, stavano per esaurirsi e i fascisti dalle minacce di ritorsioni verso la popolazione stavano passando ai fatti tentando di incendiare il fieno e la paglia in alto nei fienili. Samuele decise di arrendersi, cercando però prima di mettere in salvo i suoi uomini usando le ultime pallottole per creare un varco di copertura nello sbarramento di fuoco: una decina riuscirono a scappare, illesi, e tra essi il vice-comandante Giuseppe Rossato.

La cattura di Samuele Turconi
Samuele venne catturato insieme a Nino Lepori, più morti che vivi entrambi, e insieme a tre altri partigiani, Rizzi, Ugo Bragè, Antonio Casero, di cui uno venne ucciso durante il trasporto a Busto Arsizio e gli altri due inviati nei lager in Germania, da cui fecero ritorno.
Tra i fascisti vi furono due o tre morti e una dozzina di feriti. “Un fascista mi puntò il fucile alla testa –ricorda Samuele - e minacciò di uccidermi sul posto; poi invece mandarono mio fratello con degli amici che mi trasportarono sino in via Novara dove i fascisti avevano fatto base. Ormai mi venivano meno le forze ma feci in tempo a sentire che avevano preso il Rizzi Pietro, il Bragè, il Casero. Mi caricarono su un automezzo militare ormai quasi morto ed insieme ad altri ci condussero alla caserma dei carabinieri di Busto Arsizio. Fortunatamente incontrai un maresciallo dei carabinieri veramente coraggioso che si oppose con tutte le sue forze a rinchiudermi in quelle condizioni in cella. Per me sarebbe stata la fine. Ho sentito ‘sto maresciallo che ha detto “Portatelo via! Via! Subito! Che questo sta morendo! Che io non voglio i morti in questa caserma!!!” E poi lì non ho capito più niente… I fascisti furono così obbligati a condurmi nell’ospedale della città dove i medici mi salvarono la vita per un soffio”
In ospedale il Turconi, costantemente piantonato da tre militi, venne interrogato ripetutamente, torturato e minacciato: “per impressionarmi, sotto il letto mi misero una cassa da morto” confidò in seguito. Non parlò. Perciò il 13 luglio “Angelo Montagnoli e il Negrini mi portarono con sarcasmo la bella notizia che molto presto sarei stato fucilato”, in Piazza Santa Maria a Busto Arsizio, alle cinque di mattina dell’indomani.

Si prepara la fuga di Samuele
Per fortuna i medici stavano dalla parte dei partigiani ed avevano avvisato l’organizzazione dei Venegoni: la diciassettenne Piera Pattani, valorosa staffetta della 101^ SAP, si offrì di andare in avanscoperta.
Si presentò in ospedale verso le nove e mezza di sera del 13 luglio dichiarando di essere la fidanzata di Samuele e venne lasciata entrare nella sua camera. Piera gli si gettò al collo baciandolo e spingendogli in bocca un bussolotto di carta. Una delle guardie prese il fucile per la canna e col calcio le dette tre vergate sulla schiena così forti che Samuele credette l’avesse ammazzata, poi la presero per i capelli e trascinarono fuori in corridoio sbattendola contro il muro. Sul biglietto Samuele riuscì a leggere “tentiamo alle 10” “e alle dieci, dieci e dieci son arrivati. Con un’azione militare a cui partecipò tra gli altri anche Mauro Venegoni vennero e, immobilizzate le guardie, Guido Venegoni mi caricò sulla canna della bicicletta poiché le mie ferite non erano ancora rimarginate… Fui accompagnato a Legnano in via Novara nella casa della partigiana Alogisi Angela in Grassini dove poi fui curato dal dott. Tornadù, farmacista di via Novara. Rimasi da lei una decina di giorni e poi dovetti abbandonare il rifugio divenuto insicuro. Mi trasferirono allora a Prospiano anche se le mie condizioni non erano per niente buone.”

Samuele riprende la lotta
Una volta ristabilitosi, Samuele Turconi riprese il suo posto al comando della 101^ Brigata Garibaldi GAP “Giovanni Novara” di Mazzafame e Gorla Maggiore. E ricominciò a fare disarmi, deragliamenti, attentati e salvataggi, anche assalendo, insieme a tre compagni, con un commando armato le guardie che stavano piantonando un civile ferito e portandolo via, in salvo, dallo stesso ospedale di Busto Arsizio da dove era stato fatto fuggire lui stesso appena un mesetto prima.
Per una descrizione più dettagliata della vicenda, con ulteriori testimonianze dei protagonisti si rimanda all’articolo precedentemente pubblicato:

Piera Pattani e Samuele Turconi nel giugno 2008 presso la Cascina Mazzafame
in occasione dell'annuale commemorazione della Battaglia Partigiana
ricevono una targa di benemerenza dall'ANPI di Legnano
per la loro preziosa attività partigiana durante il periodo clandestino 1943-1945

Per saperne di più:
. Giorgio Vecchio, Nicoletta Bigatti e Alberto Centinaio, “Giorni di guerra. Legnano 1939-1945”, Eo Ipso, 2009
. Per conoscere meglio Samuele Turconi



venerdì 24 aprile 2015

Legnano 25 Aprile: i giorni della Liberazione - 2° parte

http://www.legnanonews.com/news/1/47671/25_aprile_i_giorni_dopo_la_liberazione




Legnano, 25 aprile ‘45I giorni della Liberazione

26 aprile
All’alba del 26 aprile 1945 il comando partigiano decide di forzare la situazione e per prima cosa attacca e sbaraglia il presidio alla caserma secondaria nei pressi del casello dell’autostrada.
All’incrocio Cadorna-Sempione-Toselli arriva una colonna di tedeschi. La lotta è dura ma la colonna viene fermata con anche l’aiuto di numerosi operai venuti in appoggio ai partigiani.
E’ in questo contesto che perde la vita il giovane partigiano della Carroccio Marcello Colombo. I tedeschi stavano per arrendersi quando uno sparo lontano viene interpretato da entrambe le parti come un inganno del nemico e si ricomincia a sparare in una confusione terribile. Marcello si rifugia nel cortile della ditta Mocchetti e dopo un’ora imprudentemente si affaccia in strada. Viene centrato alla fronte e muore sul colpo. Non è l’unico a morire. Una targa all’incrocio Cadorna-Sempione ricorda l’episodio e i caduti.
Alle 10.00 la colonna si arrende: era costituita da un autoblindo, un autocarro con cannoncino, due camion sei auto militari e 70 uomini.
Verso le 11 arrivano dall’autostrada due mezzi corazzati tedeschi che scortano un camion con la truppa e puntano verso il centro di Legnano. Un nuovo scontro a fuoco lascia sul campo tre partigiani morti e numerosi feriti. I tedeschi però fuggono, rientrano in autostrada e si dirigono verso sud.
Monsignor Cappelletti annota. “Ore 13. Si ha notizia che Milano è in potere del Comitato di Liberazione Nazionale. Legnano è imbandierata. E’ giorno di festa”.
Il resto della giornata passa tuttavia in un clima di tensione continua tra segnalazioni di gruppi autotrasportati in movimento.

27 aprile
Il 27 aprile a Legnano si spara ancora e in una sala di Palazzo Italia nasce il comando unificato della Divisione Mauri. Mario Cozzi, comandante della 101^ e 182^ Brigata Garibaldi, ricorda: “Avevo visto l’insurrezione nascere e mi ero preoccupato di quella. Ma a un certo punto mi sono preoccupato dei garibaldini, che rischiavano di essere quasi niente quando, invece, avevano fatto tutto loro. Il mio compito sarebbe stato quello di difendere i garibaldini e di non far emergere formazioni che non avevano fatto niente. La Carroccio era emersa immediatamente. Aveva preso tutti i camions, tutta la roba che lei poteva se la prendeva…”.
Quindi la Carroccio era nata militarmente solo nei giorni immediatamente precedenti l’insurrezione e ora sembrava pretendere un ruolo politico-militare che non era giustificato.
Quel 27 aprile Cozzi andò due volte alla sede del comando: una prima volta per avere uomini da utilizzare nei combattimenti che non accennavano a spegnersi in città, la seconda volta per definire i ruoli del comando unificato.
Per riuscire ad entrare a Palazzo Italia e per essere ascoltato dai dirigenti della Carroccio, Cozzi si presentò armato di mitra e con atteggiamenti minacciosi: “Fatto è che vado dentro dal Tinelli. C’era il Tinelli, il Pensotti e il prete, don Carlo. Il tenente Angelo non c’era. Gli ho detto “Qui io conosco solo il prete, don Carlo. Voi non so nemmeno che esistete. Ma qui, adesso, voi cosa state facendo?! Noi abbiamo fatto tutto, noi stiamo combattendo e voi, qui, state assumendo il comando di tutto. Qui bisogna mettersi d’accordo… Se voi vi mettete d’accordo con noi, bene, altrimenti io vi disarmo tutti e vi porto via tutti i mezzi. E se poi voi non reagite, vi mando a casa, se reagite faremo la discussione e vi allungo giù per terra anche voi…”
Ci siamo messi d’accordo! Da questo momento, siccome io ho due formazioni, la 101esima e la 182esima, mi prendo la responsabilità e divento il responsabile di zona. Siamo d’accordo?…. Voi sarete anche commissari, quello che volete, e allora così andiamo bene. Se no vi disarmo e…” “
A distanza di anni Cozzi commenterà: “Ecco, è nata lì la formazione unificata del comando. Non è stata tanto amichevole la situazione. Han dovuto accettarla”.

28 aprile
28 aprile 1945. Ore 5 di mattina. Sono diverse le testimonianze.
Samuele Turconi, comandante della 101^ Brigata Garibaldi GAP – “Ma non tutto era ancora finito. Arrivò da una staffetta la notizia che una colonna di tedeschi proveniente da Oleggio si dirigeva su Busto Arsizio. Partii immediatamente con altri partigiani con l’intento di recarci al più presto nella zona e per intercettare la colonna”
Un testimone – “Già all'alba del 28 aprile si udivano in lontananza spari e cupi rimbombi. La colonna era imponente e faceva paura...c'erano centinaia di automezzi, carri e autocarri di munizioni e di viveri, militari in assetto da guerra, mitragliatrici, contraerea, lanciarazzi e bombe a mano. La colonna avanzava lentamente, sparando a casaccio, da lontano e in alto, diversi colpi...
Samuele Turconi – “Ci attestammo in una cascina sulla strada che entrava in Busto. Corno Alberto e Bigatelli piazzarono una mitragliatrice Breda, pronti a far fuoco all’apparire dei tedeschi.”
Luciano Vignati (Claudio), comandante di zona della Alfredo Di Dio – “Un pugno di uomini su un camion con una mitragliera a quattro canne è davanti all’avversario. Una raffica. Il Comandante scende dal camion e intima l’alt. “Noi volere passare!” “Ho l’ordine del mio comandante di non lasciare passare nessuno” è la risposta. La colonna si arresta.”
Samuele Turconi – “I tedeschi si fermarono a circa 200 metri da noi dopo che gli sparammo contro una raffica di mitra. Subito dopo cominciò la trattativa tra due ufficiali tedeschi e l’ufficiale italiano. Poi arrivarono in seguito Marcora con un gruppo di altri partigiani ed un ufficiale d’artiglieria dell’esercito. La trattativa proseguì sino verso le undici quando fummo sorvolati da un trimotore con le insegne tedesche cancellate. Secondo il mio amico Cozzi era il capitano Marcati che sorvolava la zona”.
Intanto stavano arrivando da nord anche le formazioni garibaldine piemontesi del leggendario Cino Moscatelli, dirette a Milano. Tra loro, di ritorno, il nostro legnanese Arno Covini.
Samuele Turconi – “A quel punto il comandante tedesco si decise ad accettare la resa ed a rinunciare a proseguire per la via del Brennero. Fu una fortuna perché erano ancora ben armati e se avessero voluto combattere sarebbero stati per noi guai seri. … Dopo pochi attimi ed improvvisamente [il comandante] si suicidò sparandosi alla tempia con la pistola d’ordinanza”.
Adesso era veramente finita.

29 aprile
Adesso era veramente finita. Legnano era libera!
I proclami bilingue non erano più in tedesco ma in inglese e si stava tornando lentamente alla normalità.
Adesso era il momento di pensare ai tanti feriti e ai caduti per la libertà, nel periodo clandestino o per la Liberazione, di pensare ai funerali.
Il 29 aprile alle 14.00 si svolge il funerale solenne dei 14 morti del 25 e 26 aprile con le bare portate a spalla e la partecipazione di persone anche dai paesi vicini: Aldo Branca, Luigi Ciapparelli, Gaetano Colombo, Marcello Colombo, Paolo Guidi, Amleto Mancinelli, Ermenegildo Monticelli, Oreste Parravicini, Ernesto Pinciroli, Gaetano Ripamonti, Riziero Terracchini, Ugo Vedani, Riccardo Vignati, Mario Zoni.
Il 1° maggio dalla caserma partigiana Carducci parte il funerale del vice-comandante della 101^ Brigata Garibaldi GAP Giuseppe Rossato, il cui corpo era stato recuperato in quei giorni dal cimitero di Musocco a Milano dalla fossa comune in cui era stato gettato dopo la fucilazione al Campo Giuriati del 14 gennaio 1945.
Verso il 9 o 10 maggio da via Milano parte il funerale di Giuseppe Bollini, fucilato l’8 febbraio a Cannobio, e di altri 3 partigiani.
Il 25 ottobre il funerale solenne di Mauro Venegoni.
E’ il momento di consegnare le armi, di smobilitare. Parecchi proclami conservati nell’archivio comunale lo testimoniano.
Il 19 maggio “Viene decisa la partenza per Bolzano di un autopulmann e di un camion…” E’ infatti il momento anche di pensare a recuperare i deportati di Legnano e di assisterli, “La composizione del pacco/tipo unico per tutti indistintamente è così definita: 1 vestito nuovo confezionato, 1 paio mutande, 1 camicia, 1 canottiera, 2 fazzoletti, 1 paio scarpe, 1 paio calze.” Viene costituito un Comitato per l’assistenza. Pensate all’estrema miseria di chi ha bisogno di un paio di mutande ecc perché ha nemmeno quello.
Il 10 maggio viene a Legnano il generale Raffaele Cadorna che visita la caserma Carducci, i cui comandanti sono Enzo Zanchi, Arno Covini e Samuele Turconi, e in piazza San Magno consegna una piccola somma in denaro alle famiglie dei partigiani caduti.
Ma è anche il momento della gioia. Ricorda la staffetta partigiana Iole Legnani “E la gioia che ho provato, perché siamo entrati in questo Comune che allora… c’erano dentro tutti fascisti… siamo saliti sulla scala, hanno aperto il balcone, quello che guarda sul Palazzo Italia. C’erano tutte le bandiere. Tutta la gente. Piena. E lì mi cominciava a venir freddo. Poi d’un tratto arriva la banda che suona. Ho pianto… le lacrime dagli occhi mi venivan giù… E giù c’era il Gasparini: mi dice “Perché piangi? Non sei contenta?” “Piango dalla felicità!” Proprio una cosa mai provata nella mia vita, vedere tutta ‘sta gente che esultava. Insomma una cosa molto bella, molto bella”.
Ora si può sfilare per le vie di Legnano e parlare apertamente a quelle persone per le quali si era combattuto: il primo comizio di Carlo Venegoni è rimasto nella memoria di tanti, affacciato al balcone sopra la Farmacia Centrale in piazza San Magno.
Era il momento per gli americani di andare gratis in piscina e per i ragazzini dell’oratorio di andare in campeggio con le tende abbandonate dagli americani e recuperate dal Don Carlo. E di trovare tutte le occasioni per ballare pubblicamente, nonostante i vari parroci tuonassero dai pulpiti contro la “ballomania”.

Renata Pasquetto e Giancarlo Restelli

Per saperne di più
Maggiori particolari e fotografie a questo link:
Documenti del Fondo Cozzi e del Comune di Legnano a questo link:https://drive.google.com/file/d/0B2oiTbuM9ihjS3hvbGpuMDgtbkk/view?usp=sharing
Le tombe dei partigiani legnanesi: https://youtu.be/W50oulSj5cA

giovedì 23 aprile 2015

Legnano 25 Aprile: i giorni della Liberazione - 1° parte



25 Aprile: i giorni della Liberazione


Legnano, 25 Aprile 1945
I giorni della Liberazione

I fratelli Venegoni
Il 1945 a Legnano è iniziato disastrosamente per quanto riguarda la Resistenza. Infatti tutti i principali protagonisti erano stati catturati, incarcerati, inviati nel lager, fucilati o costretti a continuare la loro lotta altrove.
Dei quattro fratelli Venegoni, i principali animatori dell’antifascismo e della Resistenza in tutta la valle Olona, nessuno era più a Legnano nel 1945.
Il primo a cadere nelle mani dei fascisti era stato Guido, a luglio ’44, arrestato per aver diffuso nelle fabbriche “La Guardia rossa”, uno dei giornali clandestini stampato dal loro gruppo autonomo.
Il 5 agosto viene arrestato il fratello Pierino, portato alla famigerata caserma della Muti di via Rovello a Milano, tristemente famosa. Pierino ha resistito a dieci giorni di terribili torture senza aprire bocca e verrà inviato in Germania nel campo di lavoro di Jikdorf, da dove riuscirà a fuggire solo gli ultimi giorni di guerra.
Il 28 agosto 1944 è arrestato anche Carlo, sorpreso in una tipografia di Milano dove stava preparando una nuova edizione dell’Unità clandestina: viene portato al carcere di San Vittore a Milano e da lì, il 7 settembre, internato nel campo di prigionia di Bolzano-Gries. Lì, nel lager, Carlo organizza con Ada Buffulini che diventerà sua moglie, ed altri un comitato di Resistenza interna. Rimane in contatto clandestinamente con gli amici di Legnano e con loro organizza la propria fuga.
Il 29 ottobre Carlo riesce ad incontrarsi col fratello Mauro, in un recapito a Milano in Corso Buenos Aires 1. Sarà l’ultima volta che si vedono. Mauro deve fuggire e decide di tornare verso Legnano e Busto. Casualmente, il giorno successivo, il 30 ottobre, Mauro viene arrestato e condotto alla caserma della Brigata Nera di Busto Arsizio, ma ha con sé documenti falsi. Viene interrogato e anche torturato ma a un certo punto uno lo riconosce per quello che è, il Mauro Venegoni che da tempo vorrebbero avere fra le mani: per lui è finita. Lungamente e orribilmente torturato, Mauro non dice una parola. La notte del 31 ottobre lo scaraventeranno lungo la strada per Cassano Magnago e lo finiranno con due colpi alla nuca. A Mauro verrà conferita una medaglia d’oro alla memoria.
Guido era riuscito a fuggire ma l’11 novembre viene nuovamente arrestato a Vimercate. Aveva documenti falsi ma è stato riconosciuto. Il Montagnoli, capo delle Brigate Nere di Legnano lo ha prelevato: avevano già approntato tutto per la fucilazione pubblica di Guido in piazza San Magno a Legnano ma non hanno potuto portarla a termine: l’ondata di sdegno per la morte di Mauro è stata tale che gli stessi componenti del plotone di esecuzione non hanno avuto il coraggio di sparare. Guido Venegoni riesce poi rocambolescamente a fuggire e continua la lotta al comando della sua 181^ Brigata Garibaldi, nel cuneese.
Carlo Venegoni, braccato dai fascisti, a novembre viene inviato dal Partito a Genova come responsabile delle SAP di Genova Centro e continua lì la sua lotta.
Altri partigiani di Legnano avevano dovuto fuggire e continuare altrove la loro lotta.
Samuele Turconi
Anche i partigiani di città vengono rastrellati. Legnano non è una Repubblica partigiana, è lontana dalle montagne ma i partigiani di Legnano aiutano quelli di montagna, recuperano e inviano loro armi, medicinali, soldi e viveri, fanno deragliare i treni merci per bloccare la circolazione, a novembre la 101^ Brigata Garibaldi di Samuele Turconi fa deragliare un treno di repubblichini della divisione Monte Rosa in viaggio verso la Val d’Ossola per un rastrellamento. I partigiani di Legnano danno fastidio, molto fastidio. I nazifascisti hanno l’opportunità e le motivazioni per intensificare le pressioni sui partigiani, anche a Legnano.
Anche il comandante Samuele Turconi a fine novembre ’44 si allontanò da Legnano. La GAP (Gruppo di Azione Patriottica, partigiani che vivevano in clandestinità ed effettuavano le azioni più rischiose) di Samuele era, secondo le statistiche delle Brigate Garibaldi, quella meglio armata, più forte ed efficiente perlomeno di tutta la Lombardia. La Volante Servadei delle formazioni piemontesi di Moscatelli aveva richiesto esplicitamente in prestito Samuele tramite il CLN di Milano in qualità di comandante esperto per una missione di un paio di settimane particolarmente difficile e delicata nel varesotto.
L’11 dicembre una delazione portò al suo arresto. Samuele aveva documenti falsi ma, durante le torture ad opera del Capitano Zambon e dei suoi uomini nella sede delle Brigate Nere di Varese, Samuele viene riconosciuto da un fascista legnanese e la situazione peggiora. Incarcerato a Varese viene torturato dalle SS ogni notte per 8-12 ore filate senza tregua né pietà fino alla mattina del 25 dicembre. Non parla. A febbraio 1945 viene inviato con altri al carcere milanese di San Vittore, condannato a morte, a fucilazione per rappresaglia con scelta a sorteggio. Samuele Turconi sarà fortunato e il pomeriggio del 24 aprile 1945 sarà ancora vivo.
Dalle formazioni di montagna di Moscatelli in quel novembre 1944 è arrivato a Legnano Mario Cozzi, noto col nome di battaglia di “Pino”. Il Cozzi ha avuto ordine dal CLN di prendere il comando della 101^ Brigata rimasta orfana di comandanti e anche della 182^ Brigata Garibaldi Mauro Venegoni che si era formata per scissione della 101^ diventata troppo numerosa. La giovane staffetta 17enne Piera Pattani è passata alla 182^ ed è diventata la collaboratrice più stretta di Mario Cozzi.
Garibaldini e cattolici a Legnano
Nella primavera del 1945 erano presenti quindi a Legnano due formazioni garibaldine ed una cattolica.
La 101^ Garibaldi con 8 distaccamenti (Franco Tosi, Brusadelli, Castellanza, Rescaldina, San Vittore, Cerro Maggiore, Cantalupo).
La 182^ Garibaldi con 9 distaccamenti (campagne della Valle Olona, Wolsit, Canegrate, Parabiago, Busto Garolfo, San Giorgio e Villa Cortese, Dairago, la ditta Safar).
Le formazioni cattoliche erano state conglobate nella Divisione Alto Milanese del Raggruppamento Divisioni Patrioti “Alfredo Di Dio” (Comandante Eugenio Cefis, vice-comandante il futuro ministro Giovanni Marcora) con varie Brigate tra cui la “Carroccio” che operava nella zona tra Saronno e Parabiago ed operava a Legnano. La Carroccio a Legnano aveva come membri di spicco Don Carlo Riva, Anacleto Tenconi, Alberto Tagliaferri. Comandante Bruno Meraviglia.
Il 9 aprile finalmente gli angloamericani riescono a sfondare la Linea Gotica. C’è nell’aria la sensazione che ormai sia questione di poco: tedeschi e fascisti hanno perso e si preoccupano solo di ritirarsi col minore dei danni, magari però distruggendo fabbriche e impianti elettrici prima di lasciare l’Italia. I partigiani si preoccupano che queste distruzioni non avvengano e gli operai si schierano pertanto ancora più decisamente dalla loro parte. Anche a Legnano i rapporti di forze pertanto mutano.
Il 10 aprile il Partito Comunista dirama le “Direttive n 16 del PCI per l’insurrezione” a firma Luigi Longo. Il 21 aprile il CLN Alta Italia dirama anch’esso le “Direttive per l’insurrezione nazionale” con le istruzioni per la realizzazione dello sciopero nazionale
Alla vigilia dell’insurrezione i partigiani di entrambi gli schieramenti erano abbastanza numerosi ma con un armamento del tutto insufficiente. Per la Carroccio solo uno su 5 aveva un’arma.
Le forze nazifasciste potevano contare su 290 uomini in Legnano, più un centinaio nei paesi limitrofi. Rispetto ai partigiani erano di meno ma molto ben equipaggiati con anche armamenti pesanti.
I partigiani non intendevano fermarsi di fronte a questo. Nella relazione delle Garibaldi si legge “…anche noi sentivamo che era imminente il crollo ed è ben per questo che dal primo di marzo al 25 aprile ci gettammo nella lotta per non dare più tregua ai nostri nemici…”
E i nazifascisti erano in genere piuttosto demotivati.
24 aprile
24 aprile 1945. A Legnano arriva una staffetta. E’ mezzogiorno e la staffetta si dirige alla casa del Don Carlo, all’oratorio di San Domenico. Lì è riunito un gruppo di partigiani della Carroccio: “Una tradotta con un forte contingente di militari fascisti arriverà verso sera alla stazione di Legnano con provenienza Milano”.
I partigiani decidono. “Bisogna quindi attaccare. Il presidio fascista di Legnano non deve essere assolutamente rafforzato con questi nuovi reparti!” Il comando unificato, Carroccio, 101^ Garibaldi e 182^ Garibaldi, impartisce ordini perché i partigiani prendano posizione.
Intanto, al carcere di San Vittore a Milano, alle tre del pomeriggio una guardia entra nella cella del comandante della 101^ Brigata Garibaldi GAP Samuele Turconi, gli getta del cemento addosso e gli ordina di scendere in cortile e dirigersi verso il passo carraio. Il partigiano è convinto che la guardia voglia fargli un brutto scherzo e farlo fucilare dalle guardie tedesche piazzate sopra il cancello di piazza Filangeri. Invece Samuele viene fatto fuggire e torna a piedi a Legnano, giungendovi all’alba del 25 aprile, giusto in tempo per riprendere il suo posto di comando nella lotta armata.
Nel tardo pomeriggio un’altra staffetta porta a Legnano il contrordine: i fascisti hanno preso un’altra strada. Ma il comando è deciso: “Ormai siamo pronti. Non ci si ferma più!
Attorno alle dieci di sera un gruppo di garibaldini della 182^ attacca a Canegrate le “Cascinette” un posto di blocco dove era insediato un presidio tedesco con un’importante stazione radio. Lo scontro fu durissimo e si concluse con la morte di tre tedeschi ed il ferimento di altri quattro, tra cui due ufficiali. La stazione radio fu messa fuori uso, impedendo quindi ai tedeschi le comunicazioni.
Contemporaneamente 24 uomini della Carroccio comandati da Alberto Tagliaferri attaccano due posti di blocco tedeschi situati presso il casello dell’autostrada. Liberata la via attaccano la caserma di viale Cadorna. Era importante conquistare la caserma in quanto in essa vi era un arsenale di armi che sarebbero state utilissime ai partigiani, che di armi ne avevano sempre poche. Secondo un rapporto del 5 marzo 1945 di Bruno Meraviglia (Tenente Angelo) della Carroccio nella caserma si trovavano 30.000 fucili e moschetti, 50 cannoni di vario calibro, 500 armi automatiche (mitragliatrici e fucili mitragliatori) con abbondanti munizioni. La resistenza dei tedeschi è stata ostica e tra i partigiani ci sono stati due morti e 5 feriti.
A un certo punto i tedeschi hanno deciso di uscire dal passo carraio del retro e dirigersi in parte verso l’altra caserma presso il poligono di tiro nei pressi dell’autostrada da dove fanno partire una sparatoria per bloccare la strada agli insorti e in parte presso il loro comando nella palazzina della GIL (la Casa del Balilla) in via Milano.
Gli uomini di Tagliaferri prendono possesso della caserma e vi passano la notte.
La 17enne staffetta Piera Pattani un mese prima aveva lasciato il lavoro per aiutare ad organizzare l’insurrezione il comandante delle formazioni legnanesi 101^ e 182^ Brigata Garibaldi SAP, Mario Cozzi (detto “Pino”). Piera è ancora oggi emozionata: “Mi ricordo che la notte del 24 aprile c’è venuto il mio Comandante, m’ha detto “Piera, oggi è arrivato il momento!” Pensi che son partita da Legnano, sono andata a Gorla Maggiore. Da Gorla Maggiore, man mano che venivo in giù, Gorla Minore… e… si mettevan insieme tutti. Sono arrivata a Legnano, alle stanghe – che adesso han tirato via - … tutta la gente della Valle Olona! Tutti! Tutti son venuti giù perché il 25 aprile era arrivato!
25 aprile
Siamo al 25 aprile 1945. Alle prime ore del mattino i tedeschi tornano in forze dalla via Milano ed assediano i partigiani all’interno della caserma. A un certo punto i tedeschi ripiegano e si spostano verso la caserma vicino all’autostrada e da lì con automezzi ed il grosso del materiale bellico imboccano l’autostrada verso Busto, prendendo poi posizione presso la Cascina Olmina.
Nel frattempo, alle 7.00 i garibaldini conquistano la scuola Carducci, in cui si era insediato un gruppo di avieri fascisti. E’ l’unico episodio in cui le forze fasciste hanno reagito attaccando con un camioncino, una mitragliatrice pesante ed una dozzina di uomini armati di mitra. Muoiono due uomini delle Brigate Nere. La scuola diventa la caserma dei partigiani.
Intanto in chiesa a San Domenico arriva trafelata una staffetta che parla col don Carlo. Don Giuseppe Longoni ricorda: “Parlarono velocemente tra loro e vidi don Carlo, senza proferirmi parola, abbandonare precipitosamente la chiesa. Mi riferirono poi che si era recato in oratorio dove lo attendeva un gruppo di partigiani e che armato di fucile mitragliatore aveva inforcato la bicicletta per una destinazione che non conobbi”. Si sono recati alle carceri di San Martino di Legnano a liberare i prigionieri politici.
Alle 9.00 viene attaccata la caserma della RSI e dei Carabinieri in via dei Mille (attualmente la sede decentrata della Provincia di Milano) e viene conquistata. Vi si installa il quartier generale del CLN legnanese.
All’Olmina i partigiani garibaldini attaccano l’autocolonna tedesca che si è insediata presso il casello dell’autostrada. Dalla Caserma Carducci vengono inviati rinforzi ai due caselli dell’autostrada all’Olmina e anche alla Canazza, dove al comando dell’azzurro (della formazione cattolica Carroccio) Alberto Tagliaferri e del garibaldino Samuele Turconi, si continua a sparare. All’Olmina la sparatoria dura un’ora e mezza, finchè viene circondato un palazzo in cui si sono asserragliati i tedeschi. Questi sventolano una bandiera bianca. I partigiani si avvicinano e i tedeschi fanno fuoco uccidendo tre partigiani: Ermenegildo Monticelli, Ernesto Pinciroli, Luigi Ciapparelli. I tedeschi alla fine fuggono ma 2 rimangono uccisi e 6 vengono catturati ed i partigiani resistono a fatica alla tentazione di fucilarli sul posto per l’inganno. Si limitano a far fare loro tutta la via Barbara Melzi a calci nel fondoschiena.
La GIL è saldamente in mano ai tedeschi, il Comune ed il Palazzo Littorio in mano ai fascisti.
Alle 10.30 entrano nel palazzo del Comune solo tre esponenti della Resistenza (il funzionario comunale Franco Calcaterra, il dipendente della Franco Tosi Giuseppe Rigo e Stefano Ubezio). I tre vengono respinti dagli agenti di polizia comandati dal commissario Andrea Santini. Ai partigiani si unisce Anacleto Tenconi, che in base agli accordi già presi, sarebbe dovuto diventare il primo sindaco di Legnano libera.
In contemporanea arrivano verso Legnano due colonne motorizzate, una di tedeschi arriva dall’autostrada, una mista di tedeschi e fascisti dal Sempione. Quella sul Sempione viene rallentata dagli attacchi dei garibaldini della 101^ e 182^ a San Lorenzo, Cerro e San Vittore. A Legnano viene rafforzata la linea difensiva che va dalla caserma di viale Cadorna verso le officine Ranzi e Gianazza (all’incrocio con il Sempione) e su vialeToselli verso il Castello e la strada per Canegrate.
Gli scontri si accendevano furiosi in tutta Legnano. Annota mons. Virgilio Cappelletti “La popolazione gira rara e circospetta. Le finestre sono chiuse e dietro le griglie guardano occhi curiosi. Non si ha ancora l’idea esatta di ciò che sta succedendo”
I genitori e parenti vanno nelle scuole a riprendersi i bambini. Una maestra annota ”Assolutamente vogliono le bambine, perché sono arrivati i partigiani e più nessuno può circolare dopo le 11. Non mi oppongo perché vedo il ritorno degli operai e sento degli spari; in poco tempo rimango sola. Sono le undici: anch’io ritorno a casa”.
Qualcun altro sta ritornando a casa in quella mattina. E’ il feretro di Angelo Montagnoli, comandante della Brigate Nere legnanesi, morto durante un combattimento a Castellanza nel pomeriggio del 23 aprile. Erano previsti funerali solenni proprio per il giorno 25 aprile ed il corpo del Montagnoli era stato portato alla GIL, la casa del Balilla, da cui sarebbe partito il funerale. E’ invece partito un camioncino quasi di nascosto che ha portato il cadavere a casa Montagnoli e da lì al cimitero, per una veloce e molto intima benedizione, presente il Prevosto Mons. Cappelletti.
In tarda mattinata si arrendono i repubblichini di via Alberto da Giussano e della Caserma Resega di via Tosi. Anche la piscina è in mano ai partigiani.
Monsignor Cappelletti annota: “Ore 12.00. Mons. Prevosto si è portato nel rione dei Ss. Martiri per trasportare un altro ferito grave. E’ un fascista, le truppe partigiane non glielo consegnano” E’ ferito ad una gamba. Si tratta del capitano delle Brigate Nere Arturo Sesler, che verrà ricoverato in ospedale dai partigiani stessi. “I partigiani hanno occupato tutto il Sempione, l’Ospedale e i gangli vitali della città”.
Alla Canazza servono rinforzi e Mario Cozzi li manda a chiamare. Erano circa le ore 12.30. Sono partiti in 23 o 24 garibaldini dalla piazza di Gorla Maggiore con un camion della ditta Cerini di Castellanza. Avevano percorso circa un chilometro in direzione di Legnano, quando, in via Garibaldi a Gorla Minore, nei pressi della Cascina San Giulio, di fronte al cimitero, due aerei “Pippo”, Spitfire alleati, sorvolano a volo radente. I partigiani dal camion si sbracciano e sparano in aria per salutare. Il primo aereo si abbassa e mitraglia, centrando in pieno il camion: 13 morti, 8 feriti gravi o mutilati. Tra essi alcuni partigiani della 101^ GAP di Samuele Turconi. Il Tanèla (Carlo Scandroglio) e l’Angelino Pisani sono morti quel giorno, il Sandrino (Alessandro Montani) tre o quattro mesi dopo per le conseguenze: erano tra i più fidati amici di Samuele, autori con lui, in squadra formata da loro quattro, di innumerevoli audaci azioni contro i nazifascisti.
Su questo fatto si parlerà in paese, a Gorla Maggiore, per molti anni, tutti si chiesero, quale equivoco, può aver indotto un pilota amico a sparare su un gruppo di Patrioti esultanti. Il solo equivoco fu quello che ovunque, nelle città del nord, si combatteva ma i Comandi alleati seppero solo alle ore 20.00 del 25 aprile che l’Italia era insorta, quindi per Pippo quello era un camion nemico. Non dobbiamo dimenticare che Legnano è insorta per prima alla sera del 24 aprile, Busto con la Valle Olona è insorta alle ore 9.00 del 25 aprile 1945, mentre i primi movimenti insurrezionali in Milano vennero ordinati dal CLN a partire dalle ore 13.00 del 25 aprile e a Torino dall’1.00 del 26.
Verso le 14.00 di quel 25 aprile dopo trattative cedono le armi anche i repubblichini di Palazzo Littorio (l’attuale Palazzo Italia) e da lì i partigiani si spostano a dare manforte ai loro compagni in Comune dove sullo scalone si era accesa una furiosa sparatoria, testimoniata dai segni delle revolverate visibili fino a qualche anno fa. Anche il Comune passa nelle mani dei partigiani e Tenconi assume le funzioni di sindaco, indossa la fascia tricolore e si porta al Comando militare in via Dei Mille.
Nel primo pomeriggio i tedeschi dalla GIL si spostano verso il centro occupando temporaneamente piazza San Magno, nel tentativo di dividere la città e impedire le comunicazioni tra partigiani e comando. L’offensiva aveva un fondamento. Se Busto era in mano ai partigiani, Rho e Milano erano ancora saldamente in mano a fascisti e tedeschi ed era in marcia verso Legnano una colonna tedesca di rinforzo partita la mattina da Milano. I tedeschi della GIL questo lo sapevano. Un’altra cosa però non sapevano: alle 18.00 arriva alla caserma di via dei Mille, cioè al quartier generale dei partigiani, una inaspettata telefonata: “Gli attesi rinforzi sono alle porte di Legnano!”. La telefonata è stata fatta dai tedeschi della GIL che sapevano della colonna in arrivo ma non sapevano che in via dei Mille i fascisti si erano arresi ore prima.
Del resto uno degli ex-partigiani che frequentano l’ANPI legnanese mi ha detto che in quelle ore era tutto così convulso che non ci si capiva più niente. Né da parte partigiana né a quanto pare nemmeno da parte tedesca.
Di lì a poco iniziarono violenti gli scontri lungo la linea difensiva partigiana di viale Cadorna. La conquista delle varie caserme aveva dotato i partigiani di numerose armi e delle mitragliatrici erano state piazzate anche sui tetti. I partigiani resistettero ai tedeschi, i quali furono costretti a rifugiarsi nelle varie fabbriche della zona. Ma si sparava ancora anche alla caserma all’entrata dell’autostrada. E’ in questo contesto che è stato ferito il comandante della Carroccio Alberto Tagliaferri, nei pressi del sanatorio.
Nella sera i tedeschi alla GIL accettano di iniziare le trattative con il comandante della Carroccio Bruno Meraviglia in tarda serata si arrendono.
Da Milano, dove si è diffusa la notizia della reazione avvenuta nel legnanese, colonne di nazisti e fascisti partono per andare in aiuto dei loro compagni e imboccano gli uni l'autostrada dei Laghi, gli altri il Sempione, ma verranno fermati a Rho, dove inizierà uno scontro molto violento.
I combattimenti continuano tra Legnano e San Vittore Olona, all’altezza del calzaturificio Ecclesia, di fronte alla ditta Gianazza, all’incrocio Sempione-Toselli, e si trasformano in una guerriglia di posizione che si protrae fino a notte inoltrata.
Il 25 aprile si chiude con una situazione molto favorevole ai partigiani legnanesi, tuttavia vi sono ancora ingenti forze naziste all’entrata dell’autostrada e soprattutto all’incrocio Sempione-Toselli. E forti gruppi di fascisti sono affluiti a San Vittore.
Renata Pasquetto e Giancarlo Restelli

Per saperne di più
Maggiori particolari e fotografie a questo link:
https://drive.google.com/file/d/0B2oiTbuM9ihjbjdXczR3R3pPam8/view?usp=sharing 
Documenti del Fondo Cozzi e del Comune di Legnano a questo link:https://drive.google.com/file/d/0B2oiTbuM9ihjS3hvbGpuMDgtbkk/view?usp=sharing
Le tombe dei partigiani legnanesi: https://youtu.be/W50oulSj5cA

mercoledì 15 aprile 2015

Giuseppe Rossato (Gelo), vice-comandante della 101^ Brigata Garibaldi GAP



Giuseppe Rossato (Gelo), vice-comandante della 101^ Brigata Garibaldi GAP


Sabato mattina, 21 marzo 2015, a Milano, al Campo Giuriati situato in zona Città Studi, all’interno del Campus Leonardo del Politecnico, è stato inaugurato un nuovo monumento donato dall’ANPI al Comune di Milano, che va a sostituire la vecchia stele inaugurata nel 1954, entrambi in memoria dei 15 giovani partigiani ivi fucilati in gennaio e marzo 1945.
Tra i fucilati al Campo Giuriati c’è un legnanese. Si tratta di Giuseppe Rossato, nato il 10 luglio 1922, entrato fin dalla sua costituzione, nel novembre 1943, nel gruppo che prenderà la denominazione di 101^ Brigata Garibaldi “Antonio Novara” GAP di Legnano-Mazzafame e Gorla Minore.
GAP significa Gruppo di Azione Patriottica e si trattava di gruppi costituiti da pochi elementi che vivevano in clandestinità ed effettuavano le azioni più rischiose e di stampo terroristico.
La 101^ GAP di Legnano risulta tra le formazioni garibaldine lombarde la più forte, meglio armata e con il maggior numero di azioni portate a termine contro i nazi-fascisti: famose a Legnano nel 1944 il deragliamento del treno merci alla stazione (marzo), l’attentato dinamitardo all’Albergo Mantegazza (4 novembre) ed il sequestro di quattro quintali di burro per i partigiani di montagna alla Centrale del Latte di via Montenevoso (21 ottobre), a cui vanno aggiunte infinite altre azioni a Legnano e in tutta la Valle Olona.
Comandante di questa formazione era Samuele Turconi, nome di battaglia “Sandro” (Alessandro Tosta era la sua falsa identità), nato il 30 marzo 1923, e vice-comandante era Giuseppe Rossato, che aveva scelto come nome di battaglia “Gelo”.
Durante la battaglia partigiana alla Mazzafame del 21 giugno 1944, quando in seguito ad una delazione circa trecento militi fascisti, tra cui la X-Mas e la PAI, provenienti da Busto Arsizio piombarono verso le nove di sera su una quindicina di partigiani, Giuseppe Rossato fu tra i partigiani che riuscirono verso l’alba seguente a sfuggire all’accerchiamento aprendosi un varco grazie anche alla copertura di fuoco con le ultime munizioni del comandante Turconi, gravemente ferito, e di altri tre partigiani, in seguito catturati dai fascisti.
Negli ultimi giorni di novembre, una giornata fredda ed uggiosa, Giuseppe Rossato si era recato ad un appuntamento in piazza Redentore a Legnano con Francesco Marcer, uno dei comandanti partigiani della 101^ Brigata Garibaldi SAP (Squadra di Azione Patriottica), cioè il gruppo, ben più numeroso, legato alle fabbriche, il cui scopo era sostanzialmente quello di preservare i macchinari e gli uomini dalla razzia che avevano intenzione di effettuare i nazisti inviando in Germania tutto ciò che poteva essere utile o avere un valore, nonché quello di raccogliere armi, medicine ed equipaggiamenti, distribuire la stampa clandestina, dirigere gli scioperi e preparare gli uomini per l’insurrezione finale, con una ridotta squadra di punta che effettuava azioni di stampo gappistico.
Marcer e Rossato vennero in quell’occasione arrestati, grazie ad una ben pagata delazione: dai documenti versati alla Fondazione ISEC (a Sesto San Giovanni) da Mario Cozzi (“Pino”), comandante nel 1945 della 101^ e 182^ Brigata Garibaldi SAP di Legnano, risulta infatti che tale C.V. (tralasciamo i dati anagrafici completi) “poliziotto già dipendente della Resega si vanta di avere ricevuto 10 mila lire per l’arresto di Rossato”.
Marcer, di debole costituzione, venne picchiato durante gli interrogatori, si sentì male e venne ricoverato, piantonato, nell’ospedale di Legnano da dove, complici i medici e gli infermieri, riuscì ad evadere calandosi con delle lenzuola da una finestrella del bagno e venne aiutato dai compagni partigiani a raggiungere un rifugio sicuro, continuando poi la sua lotta lontano da Legnano. Giuseppe Rossato invece venne portato al Comando della Polizia al “Circul di sciuri” in via Alberto da Giussano, ove attualmente ha sede il Bingo, e, portato nelle cantine a cui si accedeva da una botola nella prima stanza entrando sulla destra, torturato terribilmente.
Rossato venne in seguito recluso nelle carceri legnanesi di San Martino dove venne nuovamente torturato e messo a confronto con Francesca Mainini, la staffetta legnanese di collegamento col CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) di Milano, valida collaboratrice in particolare di Samuele Turconi, arrestata e incarcerata al San Martino in seguito alle indagini sull’attentato all’Albergo Mantegazza, a cui aveva attivamente partecipato: le bombe erano state armate dal Turconi a casa sua e lei insieme ad Alba Lonati le aveva portate in una borsa nascondendole in un cespuglio nei pressi dell’Albergo, prelevate subito dopo, per effettuare l’attentato, dal Turconi stesso e da Giuseppe Marinoni (detto “Costa” e poi “Negri”), comandante della 101^ SAP proveniente da Milano.
Francesca Mainini descrisse così quell’incontro: «venni arrestata e sottoposta al confronto con un giovane compagno di lotta, Rossato, barbaramente torturato dai fascisti che gli avevano addirittura squarciato una gamba. I militi della Brigata Nera mi chiesero se conoscessi quel giovane. Io negai. Quel poveretto, irriconoscibile per le torture, mi disse “Guardami! No, non dire così Francesca!” … Per me continuarono gli interrogatori e non mancarono i maltrattamenti perché da me i fascisti volevano altri nomi. Io riuscii a non parlare» (in “Donne per la libertà” di A. Castiglioni e R. Formenti).
Anche Giuseppe Rossato riuscì a mantenere il silenzio e fu inviato a Milano al Carcere di San Vittore, nel raggio dei politici gestito direttamente dai tedeschi, e condannato a morte.
Il 14 gennaio 1945 Giuseppe venne fucilato al Campo Giuriati, a Milano, con altri otto compagni come rappresaglia alle azioni partigiane; aveva 23 anni e gli altri erano più giovani di lui. Questi i loro nomi: Renato Bazzoni, Renzo Botta, Arturo Capecchi, Roberto Giardino, Attilio Folli, Roberto Ricotti, Luciano Rossi e Gian Carlo Serrani.
Così titolava il Corriere della Sera il giorno successivo nella pagina della cronaca cittadina: “Dodici terroristi condannati a morte. Nove giustiziati. Tre graziati dal Duce”.
Dopo la Liberazione il corpo di Giuseppe venne recuperato dalla fossa comune nel cimitero di Musocco a Milano e vennero effettuati solenni funerali a Legnano il 1° maggio, partendo dalla Scuola Carducci che era stata in quel periodo trasformata in caserma partigiana. Giuseppe ora riposa al Campo dei Partigiani al Cimitero Monumentale di Legnano.
Renata Pasquetto e Giancarlo Restelli

Dedicato a tutti i partigiani di Legnano
https://www.youtube.com/watch?v=W50oulSj5cA
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