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giovedì 3 dicembre 2015

L’attentato al “Mantegazza” e il novembre di fuoco del ‘44 a Legnano

http://www.legnanonews.com/news/1/53029/l_attentato_al_mantegazza_e_il_novembre_di_fuoco_del_44_a_legnano

L’attentato al “Mantegazza” e il novembre di fuoco del ‘44 a Legnano


Tra le azioni più clamorose della Resistenza a Legnano c’è l’attentato all’albergo “Mantegazza” del 4 novembre 1944. E’ un episodio importante ma probabilmente poco o nulla conosciuto nella nostra città.
L’albergo-ristorante era situato al numero 18 del corso Vittorio Emanuele, ovvero tra il Monumento ad Alberto da Giussano e la stazione ferroviaria. Oggi al posto del vecchio albergo c’è una recente costruzione.
Il “Mantegazza” era diventato da tempo luogo di ritrovo di militari tedeschi, brigatisti neri ma non si può escludere anche di gente comune vista la prossimità alla stazione ferroviaria. Il giorno prescelto garantiva la presenza nel locale di molte persone perché si festeggiava l’anniversario della Vittoria italiana nella Grande Guerra.
Poco prima delle ore 21 del 4 novembre fu collocato da alcuni partigiani dei GAP un potente ordigno esplosivo sul davanzale della finestra con corta miccia. L’esplosione fu violentissima e si sentì in ogni punto della città.
Il bilancio delle vittime fu grave: morirono l’ingegner Hans Kasten, tecnico presso la Franco Tosi, un ufficiale tedesco, il legnanese Carlo Colombo (una spia secondo i partigiani). Il brigatista Renzo Montoli perse la vista e morì pochi giorni dopo. Numerosi furono i feriti. Il locale seriamente danneggiato.
La decisione dell’attentato fu presa all’interno della 101esima GAP di Legnano in accordo con il CLN di Milano.
Quali furono gli obiettivi dell’azione militare? Non è facile oggi districare la matassa.
Uno dei motivi era la notorietà del “Mantegazza” quale locale pubblico frequentato da tedeschi e fascisti. In città si raccontavano, con esplicita disapprovazione, di feste e festini che si prolungavano nella notte con consumo di bevande alcoliche e alimenti che nel resto della città erano introvabili.
Non si può escludere (altra ipotesi) che l’attentato sia stato anche una vendetta per la barbara uccisione di Mauro Venegoni avvenuta il 31 ottobre a Cassano Magnago.
Mauro Venegoni con il fratello Carlo erano tra i fondatori della Resistenza armata nella Valle Olona. L’assassinio di Mauro richiedeva un’immediata risposta politico-militare per dimostrare che la Resistenza non era morta, anzi proseguiva con la propria strategia volta a portare la guerriglia e il terrore in città.
Probabilmente ci furono discussioni e divisioni all’interno del gruppo dirigente legnanese perchè la reazione delle autorità tedesche poteva rivelarsi pericolosa e nel locale, nel momento dell’attentato, potevano esserci avventori che non c’entravano nulla con tedeschi e fascisti. Prevalsero alla fine i fautori dell’attentato.
Un’altra ipotesi dell’attentato, che non cancella la seconda, è una risposta del partigianato legnanese a numerosi arresti tra i comunisti della 101esima SAP (fine ottobre-inizio novembre) tra i quali alcuni capi come Filippo Zaffaroni. Questi arresti, avvenuti anche fuori Legnano, avevano profondamente indebolito la formazione partigiana.
Gli attentatori: Samuele Turconi e Francesca Mainini
Il diretto autore dell’attentato fu il partigiano legnanese Samuele Turconi con l’appoggio di un paio di donne che avrebbero dovuto portare l’esplosivo in prossimità del “Mantegazza”. Le donne con le borse della spesa potevano, con un buon margine di successo, nascondere armi o esplosivo.
Sentiamo dalle parole di Samuele Turconi come andarono le cose.
- Intervista a Samuele Turconi: https://youtu.be/CF9eGBqQjiw
Turconi giustifica l’azione del “Mantegazza” come obiettivo politico (“covo di fascisti”) e come vendetta per l’omicidio di Venegoni. Quasi sicuramente l’attentato era stato deciso già a ottobre: la morte di Venegoni e gli arresti dei partigiani accelerano i preparativi e permettono di dare un maggiore risalto all’azione militare.
Una delle due donne che portarono l’esplosivo fu Francesca Mainini. Ascoltiamo anche quanto raccontò in un’intervista di una decina di anni fa.
- Intervista a Francesca Mainini: https://youtu.be/ErJ4u1hr344
L'altra donna era Alba Lonati, moglie di Bruno Giovanni Lonati. La temuta reazione tedesca e fascista non ci fu. Furono fermati alcuni uomini della Resistenza cattolica come Anacleto Tenconi (poi primo sindaco nella Legnano liberata), don Carlo Riva e Neutralio Frascoli. Altre persone furono arrestate, detenute come ostaggi e probabilmente torturate nella sede dell’Ufficio Politico Investigativo insediato nel vecchio “circolo dei signori” in via Alberto da Giussano (oggi c’è il Bingo).
Il Comune di Legnano fu pesantemente multato, il coprifuoco fu allungato ma nessuna vendetta né in città né nel carcere di San Vittore tra i detenuti della sezione politica.
Samuele Turconi rimase a Legnano fino alla fine di novembre nonostante il suo nome fosse indicato come l’autore dell’attentato. Nei giorni successivi sulla sua testa fu posta una taglia. Nonostante il pericolo di arresto e condanna a morte Turconi fu autore nei giorni immediatamente successivi di alcuni attentati ai treni.
Novembre di fuoco
Con l’attentato al Mantegazza non finirono le operazioni militari della Resistenza a Legnano e zona, anzi potremmo dire che ebbero un’intensificazione:
- 4 novembre, è arrestato con altri Filippo Zaffaroni (“pericoloso bandito” secondo i fascisti), in realtà autorevole capo partigiano della zona
- 5 novembre, disarmo di un milite della Guardia Repubblicana
- 5 novembre, è arrestato a Milano il legnanese Luigi Mazza. Deportato a Bolzano e Mauthausen morirà a Gusen nel marzo del ‘45
- 6 novembre, sabotaggio lungo la linea Milano-Domodossola, a Canegrate, con conseguente blocco della circolazione per alcune ore
- 6-7 novembre, il partigiano Bruno Lonati riesce appena in tempo a fuggire dalla sua abitazione prima dell’arrivo dei fascisti
- 7 novembre, alcuni partigiani assaltano un posto di blocco (incrocio Sempione-Cadorna), uccidono un militare e un altro è ferito. Nell’azione è ucciso il partigiano Enrico Rondanini di Nerviano
- 9 novembre, due antifascisti, Giovanni Rovellini e Serafino Roveda, sono fermati a Legnano e uccisi a botte sul ponte della Gabinella
- 10 novembre, tre bombe bloccano il traffico ferroviario a Canegrate. Azione coordinata da Turconi
- 11 novembre, è arrestato Guido Venegoni, fratello di Mauro. La fucilazione prevista in piazza San Magno non ha luogo
- 13 novembre, attentato a Rescaldina lungo la linea ferroviaria delle Nord
- 14 novembre, due bombe lungo i binari bloccano il traffico ferroviario a Castellanza. Di nuovo è Turconi il responsabile
- 14 novembre, in via Garibaldi due militari della GNR sono feriti
- 16 novembre, una ventina di garibaldini tentano un attacco alla caserma della GNR di via dei Mille. Ne nasce un furioso conflitto a fuoco, anche con lancio di bombe a mano, ma il colpo non riesce. Nessuna vittima
- 21 novembre, attacco partigiano a un posto di blocco alla Canazza che si conclude con la morte di un partigiano
- 29 novembre, sei uomini della GNR partono da Legnano verso Momo (oltre Oleggio) per effettuare un rastrellamento. I cadaveri sono ritrovati venti giorni dopo nella zona. Tre di loro erano cittadini legnanesi: Giuseppe Clementi, Augusto Almasio e Luigi Vignati
- fine novembre, tentativo andato a vuoto di sottrarre armi e munizioni dalla caserma di via dei Mille da parte dei partigiani della “Carroccio” (cattolici) contando su una collaborazione interna
I mesi successivi non sarebbero stati meno tesi fino all’esplosione delle forze resistenziali nella tumultuosa primavera del ’45.
Giancarlo Restelli e Renata Pasquetto

-Dedicato a tutti i partigiani di Legnano e della Valle Olona:
Molte notizie, nomi e date, le abbiamo trovate in “Giorni di guerra. Legnano 1939-1945” di Giorgio Vecchio, Nicoletta Bigatti e Alberto Centinaio, pp. 254-58. Ringraziamo gli autori
Luigi Borgomaneri, “Due inverni, un’estate e una rossa primavera”, p. 182
“Marciavamo con l’anima in spalla”, documentario dell’Anpi di Legnano a cura di Nicoletta Bigatti, dal quale abbiamo tratto le interviste audio
Giorgio D’Ilario (a cura di), “Legnano e la Resistenza”, pp. 48-50
“Legnano nella Resistenza” a cura di Giorgio D’Ilario e Giuseppe Bruno, pp. 70-71

giovedì 7 maggio 2015

Cosa accadde ai fascisti legnanesi dopo il 25 aprile

Cosa accadde ai fascisti legnanesi dopo il 25 aprile



L'immagine scattata nell'immediato dopo guerra è ripresa dal sito di Apil

articolo tratto da 


Una volta liberata Legnano era giunto il momento di defascistizzare la società, a partire dalle cariche istituzionali, dai simboli degli edifici, dai nomi dei palazzi e delle vie e dalla scuola. Nell’archivio comunale è conservata l’ordinanza con la quale si chiedeva agli istituti scolastici e ai librai di tagliare, proprio con le forbici, le pagine che esaltavano il regime prima di utilizzare o vendere i libri. E sono conservate alcune dichiarazioni in merito l’ottemperanza della circolare.
La defascistizzazione è passata anche attraverso l’arresto, a partire dal 25 aprile, dei più importanti  fascisti. Alcuni sono stati rilasciati subito, come l’industriale Gigetto Ratti della manifattura Giulini e Ratti: la valorosa staffetta della 182^ Brigata Garibaldi SAP nonché preziosa collaboratrice del comandante Mario Cozzi (Pino) della 101^ e 182^ SAP, Piera Pattani ricorda che “il 25 aprile sono andati a prenderlo. Io ero molto impegnata perché ero qui, nelle scuole [Carducci, diventata caserma dei partigiani], mi dicono “Piera, a in andà a tö ul Gigetü [sono andati a prendere il Gigetto]”. “Ah, momento!” Allora sono andata, ho detto “No! Lo lasciate andare perché quello m’ha aiutato me e ha aiutato tutti!” ... Quello che ha detto lui non so. So che c’erano tutti i suoi operai della via Guerciotti che c’han sputato addosso tutti. Dopo ho detto loro “Siete stati malvagi, perché m’ha dato tutto: olio, riso, tutto!” A tutti, a tutta la fabbrica! Non solo a me: a tutta la fabbrica! Quando poi m’han detto che l’han portato via, io sono andata e c’ho detto “No!!!” Pensi che lui, dallo spavento, poco dopo è morto…”.
Altri fascisti sono stati inviati al carcere di San Vittore a Milano e da lì al campo di concentramento di Coltano, vicino a Pisa. Sono tornati tre o quattro mesi più tardi.

Fucilazioni senza processo
Ad altri è andata meno bene. Ma questo è comprensibile se si pensa che il giorno della Liberazione non aveva significato automaticamente la sconfitta delle forze fasciste. E poi una guerra totale come il Secondo conflitto non poteva finire semplicemente con le giornate del 25 Aprile.
Fino ai primi di giugno a Legnano e nei dintorni  si registrano ripetuti spari e lanci di bombe. La notte tra il 2 e il 3 di giugno due bombe vennero lanciate contro la caserma partigiana garibaldina Carducci, tra il 5 e il 6 delle bombe a Rescaldina hanno provocato anche un ferito, appartenente alla 101^ Brigata Garibaldi. Il 31 luglio il Prefetto di Milano decide la chiusura anticipata di alcuni locali “in considerazione del continuo ripetersi di atti terroristici, rapine a mano armata e ribellioni alla Forza Pubblica nella zona di Legnano”.
L’elenco dei criminali della RSI inoltre era lungo e il desiderio di ottenere giustizia ed ottenerla subito portò negli immediati giorni dopo la Liberazione a numerosi episodi di giustizia sommaria in tutte le località del nord, nonostante gli appelli del clero e le direttive del 20 aprile del CLN Alta Italia per le commissioni di giustizia. Anche a Legnano.
Il “Circul di sciuri”, le carceri di San Martino in via Bellingera, il Palazzo Littorio (attuale Palazzo Italia) erano i principali “luoghi dell’orrore” legnanesi. Oltre ai militi vi esercitavano le funzioni di “picchiatori” diversi civili che venivano convocati all’occorrenza e profumatamente pagati. Anche i delatori non mancavano e il prezzo fissato, erogato in seguito all’eventuale successo dell’operazione, era di 5.000 lire per ogni partigiano. 
Tra i documenti del comandante Mario Cozzi sono conservate delle “veline” in cui sono segnalati i dati anagrafici e le principali abitudini di alcune note spie legnanesi, tra cui C.V. che si vantava d’aver guadagnato 10.000 lire per la delazione che aveva portato all’arresto del vice-comandante della 101^ Brigata Garibaldi GAP Giuseppe Rossato, in seguito torturato, incarcerato a San Vittore a Milano e fucilato al Campo Giuriati il 14 gennaio 1945, e di uno dei comandanti della 101^ SAP, Francesco Marcer, riuscito a fuggire con la complicità degli infermieri, calandosi con delle lenzuola da una finestra del bagno, dall’Ospedale di Legnano, ove era stato ricoverato in seguito ad un malore per le percosse durante gli interrogatori.
Nella notte tra il 30 aprile ed il 1° maggio vennero rinvenuti sotto il ponte di San Bernardino i corpi di quattro fascisti: Rabolini, Toja, Bovini, Corradini. 

Arturo Sesler
Il capitano delle Brigate Nere Arturo Sesler venne prelevato da non si è mai saputo chidirettamente dall’ospedale e in pigiama fucilato e lasciato ai piedi della fontana di piazza San MagnoSul cadavere poi si accanì la folla. 
Su di lui poi si sedimentarono memorie contrapposte: ci fu chi vide in lui una “bieca figura di delinquente fascista” (da un documento di fonte partigiana) e ci fu chi invece mise in luce gli ideali, lo spirito di sacrificio e la coerenza morale. 

Antonio Montagnoli
Il 5 maggio venne fucilato pubblicamente a Castano il legnanese Antonio Montagnoli, crudele squadrista delle Brigate Nere, fratello del tenente delle Brigate Nere Mario e del Brigadiere della GNR Angelo, morto a Castellanza il 23 aprile 1945 in uno scontro a fuoco con dei partigiani della 101^ e 182^ Brigata Garibaldi SAP. 

Carlo Borsani
Un altro legnanese perse la vita, fucilato dai partigiani, nei giorni immediatamente successivi alla Liberazione: si tratta di Carlo Borsani, esponente di rilievo nella Repubblica Sociale Italiana.
Era stato nominato Presidente dell’Associazione Nazionale Mutilati in quanto gravemente ferito alla testa il 9 marzo 1941 in Grecia durante un’operazione di guerra che lo aveva lasciato privo della vista e per la quale gli era stata conferita una medaglia d’oro. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 Carlo Borsani si era dato alla propaganda a favore dell’arruolamento nella GNR dei renitenti alla leva e degli Internati Militari Italiani negli Stalag e Oflag di Germania e Polonia, divenendo presto famoso con l’appellativo di “cieco di guerra”.
La sua appassionata propaganda lo aveva già inserito nelle liste dei fascisti pericolosi da eliminare, tanto che agli inizi di aprile 1945 per un soffio, grazie al suo attendente, era uscito incolume da uno scontro a fuoco con dei partigiani a Gallarate, dove risiedeva da qualche tempo (“Cronaca Prealpina”, 8 aprile 1945). 
Il Borsani trascorse la sera del 25 aprile 1945 a Milano con i Marò della X-MAS e la notte all'Albergo Nord in Piazza della Repubblica dove, al mattino, rifiutò l'offerta di Borghese di un espatrio al seguito di Mussolini. Si rifugiò all'Istituto Oftalmico, dove era in cura da anni per la sua cecità. Il 27 venne individuato dai partigiani, prelevato e rinchiuso nei sotterranei del Palazzo di Giustizia, nel pomeriggio del 29 aprile, insieme a don Calcagno, fanatico predicatore a favore della RSI e di Mussolini, venne condotto nelle Scuole di Viale Romagna e da lì in Piazzale Susa dove venne fucilato.

Fucilazioni sommarie all’Olmina
La notte tra il 6 e il 7 maggio forse ad opera dei partigiani bustocchi vennero prelevati dalle carceri di San Martino a Legnano undici fascisti, portati a piedi alla cascina Olmina e qui fucilati e lasciati esposti: Carlo Bergonzi, Luigi (Fain) Clerici, Rinaldo Corno, Giovanni Fiumi, Vittorio Maerna, Attilio Martignoni, Emilio Pagani, Argenide Peressini, Giulio Salmoiraghi, Giovanni Battista Scrugli, Bruno Tiraboschi.
Tra i fucilati il noto medico Carlo Bergonzi, che aveva lo studio in via Marconi. Molti si stupirono di questa fucilazione e pensarono ad uno sbaglio o ad una vendetta privata. Probabilmente non sapevano che il medico era inquadrato nelle GNR col grado di Maggiore Medico e non sapevano un altro particolare. A dicembre 1944 era stato catturato il partigiano della 101^ Brigata Garibaldi SAP Filippo Zaffaroni, 17enne, definito dai fascisti come “pericoloso bandito”: Filippo era stato torturato nelle cantine al “Circul di sciuri”, la sede dell’UPI in via Alberto da Giussano (dove adesso c’è il Bingo) e a tenergli il polso per monitorarlo mentre gli davano scosse elettriche con delle piastre applicate alle tempie c’era il dottor Bergonzi. E non solo in quell’occasione era stato coinvolto nelle torture dei partigiani. 
Il  14 successivo, nei pressi di Villa Cortese, venne fucilato anche l’ex podestà Fulvio Dimi.

Il processo
Altro destino invece per tre fascisti che vennero incarcerati a Busto e processati al Tribunale Straordinario alla caserma partigiana insediatasi nelle scuole Carducci. Su di essi pendevano vari capi d’accusa:
“1) Capitano Nucci: capo dell’UPI di Legnano – tristemente famoso come seviziatore dei detenuti politici. Responsabile della fucilazione di molti partigiani;
2) Tenente Montagnoli Mario: Comandante della Brigata Nera di Legnano – di una famiglia di spie fasciste responsabili di numerosi delitti. Torturatore e seviziatore di partigiani – particolarmente responsabile dell’uccisione di cinque patrioti;
3) Dr. Santini: per molto tempo Vice-Commissario dell’Ufficio Politico della Questura di Milano. Tristemente noto per la sua crudeltà. Commissario di P.S. di Legnano durante la Repubblica, particolarmente accanito nella lotta e nella caccia ai partigiani” (da “Giorni di Guerra. Legnano 1939-1945”).
Essi inoltre erano accusati di aver fatto fuoco sulla folla e sui partigiani il 25 aprile.

9 maggio 1945. Il “Piazzale Loreto” legnanese   
9 maggio. Monsignor Cappelletti annota: “Ore 15. Mons. Prevosto è invitato a portarsi alle Scuole Carducci per ascoltare la Confessione di tre condannati. … I tre vengono condotti a piedi al luogo del supplizio – P. Mercato – Mons. è al loro fianco. Si cammina tra due ali di popolo imbestialito. Appoggiati al muro di cinta dello stabilimento De Angeli Frua mentre Mons. Prevosto dà l’ultima benedizione un plotone di 12 comunisti spara e tutti e tre cadono fulminati.”
In quell’occasione ci furono diversi feriti perché la folla iniziò a sparare addirittura prima che i garibaldini  del plotone facessero fuoco e per poco non colpirono anche Monsignore. 
La folla si accanì poi sui cadaveri, come accadde per Sesler, come per Mussolini a Piazzale Loreto.
Se il compito della riflessione storica è quello di comprendere, allora il contesto storico in cui nacquero le uccisioni deve essere tenuto in considerazione.
Come ha scritto lucidamente il partigiano Ermanno Gorrieri: “Molta rabbia si era accumulata negli animi. Era impossibile che non esplodesse dopo il 25 aprile. Violenza chiama violenza. I delitti che hanno colpito i fascisti dopo la liberazione, anche se in parte furono atti di giustizia sommaria, non sono giustificabili, ma sono comunque spiegabili con ciò che era accaduto prima e con il clima infuocato dell’epoca” (Ermanno Gorrieri, “Ritorno a Montefiorino”, p.183).
Non dimentichiamo che subito dopo l’8 settembre del ’43 nacque una terribile guerra civile tra italiani (partigiani e fascisti) che non poteva placarsi sic et simpliciter alla fine della guerra.
Durante l’insurrezione e nei giorni immediatamente successivi furono uccisi in Italia tra i 10.000 e i 12.000 fascisti, a fronte di 3-4.000 morti nella guerra antipartigiana. In Francia andò peggio ai collaborazionisti dei fascisti perché nell’epuration sauvage del dopo liberazione furono uccisi sommariamente tra le 17 e 18.000 persone (agosto-ottobre ’44).

Mussolini alla sbarra?
Poteva essere un’ipotesi suggestiva. Sappiamo come è andata.  Non c’è dubbio che un processo a Mussolini e a tanti alti gerarchi fascisti, grandi e piccoli, avrebbe potuto rivelare la vera natura del fascismo durante il Ventennio e a Salò. Una dittatura che non si librava nel vuoto ma al contrario poggiava saldamente su aperte complicità dei poteri forti dell’epoca: monarchia, industriali, banchieri, burocrazia, esercito, proprietari terrieri, Vaticano, piccola-media borghesia …
Chiudere tutto a Giulino di Mezzegra (fucilazione di Mussolini) e a Dongo (e in tanti piccoli e medi centri come Legnano) ha impedito quella radicale pulizia politico-sociale che era nelle aspirazioni di una buona parte dei partigiani.
E così l’Italia della fine degli anni Quaranta apparve a molti troppo simile all’Italia degli anni Trenta.

Giancarlo Restelli e Renata Pasquetto


Per saperne di più:
. Giorgio Vecchio, Nicoletta Bigatti e Alberto Centinaio, “Giorni di guerra. Legnano 1939-1945”, Eo Ipso, 2009
. “Legnano, 25 aprile: i giorni della liberazione” dalla fine del 1944 al 9 maggio 1945, con particolari e fotografie a questo link: https://drive.google.com/file/d/0B2oiTbuM9ihjbjdXczR3R3pPam8/view?usp=sharing