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sabato 4 luglio 2015

La battaglia partigiana della 101^ GAP alla Mazzafame

http://www.legnanonews.com/news/1/49187/

21 giugno 1944 - La battaglia partigiana della 101^ GAP alla Mazzafame

Poco dopo le ore 19 dell’8 settembre 1943 venne annunciato via radio l’armistizio con gli angloamericani. L’indomani mattina i fratelli Mauro e Carlo Venegoni entrarono per l’ultima volta nel cortile della fabbrica metalmeccanica Franco Tosi e Carlo fece un brevissimo discorso agli operai, solo un paio di minuti per invitarli alla lotta, alla resistenza contro i fascisti che presto si sarebbero riorganizzati e contro i nazisti che avrebbero costituito una forza di occupazione.
Le origini della Resistenza a Legnano
I Venegoni avevano anni di antifascismo, di lotta e di confino alle spalle e attorno a loro già si era formato un gruppetto di antifascisti di Legnano e della zona. Dopo l’8 settembre, con il rientro a casa dei giovani militari riusciti a sfuggire alla cattura e alla deportazione negli Stalag ed Offlag di Germania e Polonia, il gruppo resistenziale che aveva come riferimento i fratelli Venegoni (Carlo, Mauro, Pierino e Guido) si è ulteriormente allargato: tra i primi partigiani della nostra città possiamo ricordare Piera Pattani, Anna Re, Angela Allogisi, Bruno Feletti (Fontana), Arno Covini, Spartaco Andrei, Dino Garavaglia, Renzo Vignati, Arturo Fusetti, Bruno Lonati (Valeri), Annibale Schiavo, Dino Loschi, Giovanni Brandazzi, Angelo Sant’Ambrogio (deportato dalla Tosi a Mauthausen e morto nel castello di Hartheim) e molti altri. Queste persone costituivano la 101^ Brigata Garibaldi SAP (Squadra di Azione Patriottica) “Giovanni Novara”, legata alle fabbriche di Legnano e dei paesi limitrofi.

Resistenza cattolica
A Legnano operava anche una formazione cattolica che aveva nella nostra città come punto di riferimento don Carlo Riva, coadiutore della parrocchia di San Domenico, ed elementi di spicco quali Anacleto Tenconi (futuro primo sindaco di Legnano libera), Alberto Tagliaferri e Neutralio Frascoli: prenderà il nome di “Brigata Carroccio” e farà parte della Divisione Alfredo Di Dio, particolarmente attiva in Val d’Ossola.
Resistenza cattolica e non cattolica non sono rimasti mondi a sé a Legnano ma hanno collaborato fin da subito. Anacleto Tenconi ricorda nel suo libro “Rapsodia in tono minore” il primo incontro. “Novembre 1943. Ricordo una lontana sera di quel periodo, una sera nebbiosa, oscura, in cui ci trovammo, io, il rag. Neutralio Frascoli, Guido Venegoni e Arturo Fusetti nei pressi della immagine religiosa (la cosidetta [sic] Madonna Mora) sita sulla casa Marinoni in angolo tra la via Lega e via Alberto da Giussano. … Fu così che incominciò il movimento clandestino a Legnano.”

Nasce la 101^ GAP
E fin da subito si formò a Legnano, con punto di riferimento la Cascina Mazzafame, anche un gruppo scelto di partigiani particolarmente audaci che vivevano in clandestinità e si occupavano delle azioni più pericolose: i Venegoni chiesero al ventenne Samuele Turconi (Sandro) di prenderne il comando. Nacque così la 101^ Brigata Garibaldi GAP (Gruppo di Azione Patriottica) “Giovanni Novara” di Mazzafame e Gorla Maggiore.

Essere gappista
Non era facile far parte di una GAP: ci voleva fedeltà, onestà, intelligenza, coraggio fuori dal normale e non tutti erano adatti. Anche nella prima GAP costituitasi a Milano ai primi di ottobre del 1943 su 30 o 40 militanti volontari vagliati solo 12 vennero scelti, nonostante la necessità di formare la squadra: chi per validi motivi familiari, chi per il timore di non saper resistere alle torture in caso di arresto, chi per una ripulsa a scatenare il terrore individuale, molti preferivano andare a combattere in montagna piuttosto che fare la guerriglia in città. Il partigiano in montagna, infatti, si sente più sicuro, combatte in formazioni più numerose, su un terreno più vasto, con maggiori possibilità di sganciamento. Non era così per i gappisti che vivevano e agivano in città, con vita clandestina, ritirata, costantemente controllata, sempre sottoposti a continua tensione nervosa, prima, durante e dopo le rischiosissime azioni. Spie e delatori non mancavano e il rischio di venire arrestati era all’ordine del giorno: un gappista arrestato era sicuro di venire sottoposto alla tortura.

Azioni militari dei gappisti a Legnano
Questi partigiani della 101^ GAP, una quindicina a Legnano e venti o trenta a Gorla, agivano in squadre ridotte quasi sempre di sole quattro unità, effettuando in tutta la Valle Olona e fino a Varese disarmi, deragliamenti di treni con mezzi meccanici (usavano delle specie di cunei realizzati nella fonderia Pensotti: solo da novembre 1944 ebbero a disposizione dell’esplosivo), sequestro di armi nelle fabbriche o di viveri per i partigiani di montagna (famoso a Legnano il sequestro di quattro, forse cinque, quintali di burro alla Centrale del Latte di via Montenevoso), attacchi armati di disturbo a caserme, posti di blocco, garitte del dazio, attentati con eliminazione fisica di spie o militari fascisti e nazisti (famoso l’attentato del 4 novembre ’44 all’Albergo Mantegazza, vicino alla stazione di Legnano), salvataggio, anche con fuga dagli ospedali, di civili (a rischio di deportazione) o partigiani feriti piantonati.
Dalle cronache delle Brigate Garibaldi risulta che questa era la formazione più audace, più attiva, più decisa, meglio armata e più efficace perlomeno di tutta la provincia di Milano e Valle Olona.
Vice-comandante della GAP era il ventunenne Giuseppe Rossato (Gelo) e ne facevano parte Irene Dormelletti di Gorla Maggiore e Francesca Mainini di Legnano, staffette di collegamento col CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) di Milano, specializzate Irene nel nascondere e scortare i partigiani e Francesca nel collaborare con Samuele Turconi per gli attentati dinamitardi.

21 giugno '44: Cascina Mazzafame
Proprio il gruppo di una quindicina di partigiani legnanesi della 101^ Brigata Garibaldi GAP la sera del 21 giugno 1944 venne circondato da 250-300 fascisti in assetto di guerra provenienti da Busto Arsizio, avvisati da una delazione riguardo alla presenza dei partigiani alla Cascina Mazzafame, dove ora si trova il maniero della Contrada La Flora.
Un problema costante dei partigiani era la fame e quella sera, contrariamente al loro solito, si erano fermati un poco di più alla Cascina, dove molti del gruppo, comandante compreso, avevano genitori e parenti: si erano fermati a mangiare qualcosa.
Erano arrivati alla Cascina verso le nove, le nove e mezza e attorno alle dieci, dieci e mezza si sono sentiti i primi spari: sono stati i fascisti a far fuoco per primi.
I contadini della Ponzella, intuendo la gravità della situazione, fecero in tempo a fuggire di casa allontanandosi il più possibile, ma alla Mazzafame rimasero anch’essi accerchiati, in quando i fascisti avevano circondato tutta la zona con un giro larghissimo che arrivava fino alla via Novara. Ricorda infatti il comandante della 101^ GAP Samuele Turconi “non furono solo i fascisti legnanesi ad attaccarci: ci attaccò la PAI (Polizia Africana Italiana), la Brigata Nera e la Decima MAS di Busto. Rastrellarono tutte le famiglie della Mazzafame e le radunarono vicino alla chiesa minacciandole di morte se non ci fossimo arresi”. Donne, bambini, vecchi contadini tra cui uno di 97 anni, buttati fuori dalle case anche in pigiama: tutti al muro, mentre i fascisti minacciavano di dar fuoco alla Cascina.
I partigiani erano solo una quindicina, armati di rivoltelle, mentre i 250-300 fascisti avevano i mitra. “Combattemmo strenuamente – continua Samuele - e quando alle undici di sera ci accorgemmo di essere stati circondati capimmo che per noi non c’era più nulla da fare. Decidemmo di non arrenderci comunque anche se le forze in campo erano decisamente a nostro sfavore e combattemmo furiosamente fino all’alba”.

Inizia il conflitto a fuoco
Lo scontro fu durissimo. Il comandante Samuele Turconi fu tra i primi ad essere ferito: poco prima di mezzanotte una sventagliata di mitra lo colpì ad una gamba. Venne ferito molto gravemente anche un altro partigiano, Nino Lepori di Fagnano Olona: una pallottola gli trapassò il torace e perforò un polmone.
Verso l’alba Samuele Turconi venne nuovamente ferito, un’altra sventagliata di mitra lo colpì all’altra gamba e non fu più in grado di muoversi. Le munizioni dei partigiani, per quanto centellinate, stavano per esaurirsi e i fascisti dalle minacce di ritorsioni verso la popolazione stavano passando ai fatti tentando di incendiare il fieno e la paglia in alto nei fienili. Samuele decise di arrendersi, cercando però prima di mettere in salvo i suoi uomini usando le ultime pallottole per creare un varco di copertura nello sbarramento di fuoco: una decina riuscirono a scappare, illesi, e tra essi il vice-comandante Giuseppe Rossato.

La cattura di Samuele Turconi
Samuele venne catturato insieme a Nino Lepori, più morti che vivi entrambi, e insieme a tre altri partigiani, Rizzi, Ugo Bragè, Antonio Casero, di cui uno venne ucciso durante il trasporto a Busto Arsizio e gli altri due inviati nei lager in Germania, da cui fecero ritorno.
Tra i fascisti vi furono due o tre morti e una dozzina di feriti. “Un fascista mi puntò il fucile alla testa –ricorda Samuele - e minacciò di uccidermi sul posto; poi invece mandarono mio fratello con degli amici che mi trasportarono sino in via Novara dove i fascisti avevano fatto base. Ormai mi venivano meno le forze ma feci in tempo a sentire che avevano preso il Rizzi Pietro, il Bragè, il Casero. Mi caricarono su un automezzo militare ormai quasi morto ed insieme ad altri ci condussero alla caserma dei carabinieri di Busto Arsizio. Fortunatamente incontrai un maresciallo dei carabinieri veramente coraggioso che si oppose con tutte le sue forze a rinchiudermi in quelle condizioni in cella. Per me sarebbe stata la fine. Ho sentito ‘sto maresciallo che ha detto “Portatelo via! Via! Subito! Che questo sta morendo! Che io non voglio i morti in questa caserma!!!” E poi lì non ho capito più niente… I fascisti furono così obbligati a condurmi nell’ospedale della città dove i medici mi salvarono la vita per un soffio”
In ospedale il Turconi, costantemente piantonato da tre militi, venne interrogato ripetutamente, torturato e minacciato: “per impressionarmi, sotto il letto mi misero una cassa da morto” confidò in seguito. Non parlò. Perciò il 13 luglio “Angelo Montagnoli e il Negrini mi portarono con sarcasmo la bella notizia che molto presto sarei stato fucilato”, in Piazza Santa Maria a Busto Arsizio, alle cinque di mattina dell’indomani.

Si prepara la fuga di Samuele
Per fortuna i medici stavano dalla parte dei partigiani ed avevano avvisato l’organizzazione dei Venegoni: la diciassettenne Piera Pattani, valorosa staffetta della 101^ SAP, si offrì di andare in avanscoperta.
Si presentò in ospedale verso le nove e mezza di sera del 13 luglio dichiarando di essere la fidanzata di Samuele e venne lasciata entrare nella sua camera. Piera gli si gettò al collo baciandolo e spingendogli in bocca un bussolotto di carta. Una delle guardie prese il fucile per la canna e col calcio le dette tre vergate sulla schiena così forti che Samuele credette l’avesse ammazzata, poi la presero per i capelli e trascinarono fuori in corridoio sbattendola contro il muro. Sul biglietto Samuele riuscì a leggere “tentiamo alle 10” “e alle dieci, dieci e dieci son arrivati. Con un’azione militare a cui partecipò tra gli altri anche Mauro Venegoni vennero e, immobilizzate le guardie, Guido Venegoni mi caricò sulla canna della bicicletta poiché le mie ferite non erano ancora rimarginate… Fui accompagnato a Legnano in via Novara nella casa della partigiana Alogisi Angela in Grassini dove poi fui curato dal dott. Tornadù, farmacista di via Novara. Rimasi da lei una decina di giorni e poi dovetti abbandonare il rifugio divenuto insicuro. Mi trasferirono allora a Prospiano anche se le mie condizioni non erano per niente buone.”

Samuele riprende la lotta
Una volta ristabilitosi, Samuele Turconi riprese il suo posto al comando della 101^ Brigata Garibaldi GAP “Giovanni Novara” di Mazzafame e Gorla Maggiore. E ricominciò a fare disarmi, deragliamenti, attentati e salvataggi, anche assalendo, insieme a tre compagni, con un commando armato le guardie che stavano piantonando un civile ferito e portandolo via, in salvo, dallo stesso ospedale di Busto Arsizio da dove era stato fatto fuggire lui stesso appena un mesetto prima.
Per una descrizione più dettagliata della vicenda, con ulteriori testimonianze dei protagonisti si rimanda all’articolo precedentemente pubblicato:

Piera Pattani e Samuele Turconi nel giugno 2008 presso la Cascina Mazzafame
in occasione dell'annuale commemorazione della Battaglia Partigiana
ricevono una targa di benemerenza dall'ANPI di Legnano
per la loro preziosa attività partigiana durante il periodo clandestino 1943-1945

Per saperne di più:
. Giorgio Vecchio, Nicoletta Bigatti e Alberto Centinaio, “Giorni di guerra. Legnano 1939-1945”, Eo Ipso, 2009
. Per conoscere meglio Samuele Turconi



domenica 10 maggio 2015

Il cippo in memoria del dott. Ezio Tornadù, di don Francesco Cavallini e di don Carlo Riva, esponenti della Resistenza legnanese.

25 aprile 2014, Cimitero Monumentale di Legnano, Campo dei Partigiani: scoperto un cippo in memoria del dott. Ezio Tornadù, di don Francesco Cavallini e di don Carlo Riva, esponenti della Resistenza legnanese.


Da sinistra il partigiano della Carroccio Achille Carnevali, il presidente ANPI Legnano Luigi Botta, il sindaco di Legnano Alberto Centinaio e la partigiana della 182^ Brigata Garibaldi SAP Piera Pattani

tratto da
http://www.legnanonews.com/news/1/37475/25_aprile_legnanesi_in_guerra_partigiani_fascisti_resistenti

DOTT. EZIO TORNADU’
La Farmacia della Stazione, in via Liberazione 2, iniziò la sua attività nel 1905 e attorno agli anni ’30 il dott. Ezio Tornadù ne divenne titolare.
Spesso il dottore si faceva aiutare a confezionare i famosi “cachet” dai ragazzi del vicino cortile Nava, ora scomparso per far posto al sottopasso e di cui rimangono solo una parte delle abitazioni, con le caratteristiche ringhiere, sul lato vicino alla stazione.
All’armistizio dell’8 settembre 1943 ed il conseguente inizio della Resistenza il dott. Tornadù non ebbe dubbi sulla parte da cui stare.
Anacleto Tenconi (il primo sindaco di Legnano liberata) nel suo “Rapsodia in tono minore” ricorda il primo incontro ufficiale tra la Resistenza legnanese di orientamento cattolico, rappresentata in quell’occasione dallo stesso Tenconi e da Neutralio Frascoli, e quella di orientamento comunista, rappresentata dall’Organizzazione dei fratelli Venegoni ed in particolare quella sera da Guido Venegoni e Arturo Fusetti. La Resistenza a Legnano operò fin d’allora in modo collaborativo ed il dott. Tornadù fornì aiuti materiali, bende, medicinali, unguenti, cicatrizzanti, disinfettanti per i partigiani di città e per quelli di montagna, tramite staffette che portavano il materiale medico al ponte di Marnate, all’imbocco della Valle Olona, dove si faceva trovare qualche partigiano delle formazioni di montagna, con una mezza lira di carta che doveva combaciare con la mezza lira in possesso della staffetta, come riconoscimento.
Talvolta al ponte di Marnate scendeva qualche partigiano malato, la staffetta volava in bicicletta alla Farmacia della Stazione, spiegava i sintomi al dott. Tornadù e tornava dal partigiano con i medicinali adatti.
Ma il dott. Ezio Tornadù non si limitava a questo: andava lui stesso nelle case in cui venivano ricoverati i partigiani malati o feriti per curarli.
Un episodio rimasto nella memoria storica di Legnano è legato a Samuele Turconi, nome di battaglia “Sandro”, comandante della 101^ Brigata Garibaldi “Giovanni Novara” GAP della Mazzafame, ferito molto gravemente durante lo scontro avvenuto il 21 giugno 1944 alla Cascina Mazzafame, quando, in seguito ad una delazione, 250-300 fascisti da Busto Arsizio piombarono su una quindicina di partigiani ivi radunati. Samuele Turconi venne ferito due volte, catturato, portato all’ospedale di Busto ed operato d’urgenza. Verso l’8-10 luglio Angelo Montagnoli, capo delle Brigate Nere di Legnano, gli preannunciò la fucilazione in piazza per l’indomani mattina ma con un’azione da commando armato quattro partigiani, tra cui Guido e Mauro Venegoni, riuscirono alle dieci di sera a portarlo in salvo presso la casa della staffetta Angela Allogisi in Grassini, in via Novara a Legnano. Pochi minuti più tardi il dott. Tornadù si presentò a casa dell’Allogisi per prestare le prime cure a Samuele Turconi che si stava dissanguando in quanto le ferite e i tagli dell’operazione non erano minimamente rimarginati. Il dott. Tornadù finì di medicarlo alle due di notte ma attese l’alba per evitare di incappare nelle pattuglie che cercavano il Turconi in tutta Legnano. Per i successivi dieci giorni, finchè il Turconi non dovette essere spostato altrove, il dott. Ezio Tornadù si presentò per le medicazioni tutti i pomeriggi, con grande rischio per la sua incolumità. Nel migliore dei casi era la deportazione in un lager, più spesso l’interrogatorio, la tortura e la fucilazione.
Fino al 1973 il dott. Tornadù rimase titolare della Farmacia, poi ne cedette la titolarità al cognato, dott. Felice Vitali, che nel 1987 la passò al figlio dott. Lorenzo Vitali, ex sindaco di Legnano.

DON FRANCESCO CAVALLINI
Don Francesco Cavallini dal 1° settembre 1926 era assistente dell’oratorio e coadiutore nella Parrocchia dei SS. Martiri, che allora comprendeva tutto l’Oltrestazione.
Il 27 giugno 1944 Renzo Vignati (19 anni) e Dino Garavaglia (18 anni), entrambi partigiani della 101^ Brigata Garibaldi “Giovanni Novara” SAP, vennero mortalmente feriti durante un tentativo di disarmo cui seguì uno scontro con preponderanti forze fasciste al ponte di San Bernardino. I due partigiani vennero ricoverati all’Ospedale di Legnano ma non sopravvissero. Il 4 luglio le Autorità diedero, controvoglia, l’autorizzazione a funerali privati. Si presentò invece una gran folla con numerose corone di fiori. Don Cavallini fece appena in tempo a benedire le bare che i fascisti le presero per portarle via.
Francesco Crespi, allora 17enne partigiano della 101^ GAP, raccontò nell’intervista, riportata nel libro “Giorni di Guerra” (di Giorgio Vecchio, Nicoletta Bigatti e Alberto Centinaio), come andarono le cose: «arriva il prete (don Francesco Cavallini) e dà la benedizione ai morti; poi arrivano i fascisti, prendono le casse e fanno per portarle via. Don Francesco li ferma e dice: “questi ragazzi li ho battezzati in Chiesa e in Chiesa devono venire”. Allora ci facciamo avanti in otto o dieci, prendiamo le bare e le portiamo in Chiesa. All’uscita vediamo che i fascisti hanno messo le mitragliatrici sul piazzale. Don Francesco si mette davanti, fa uscire le donne, poi tutti assieme andiamo al cimitero, guardati a vista dai fascisti. Questo fatto mi ha colpito molto, perché nessuno, ne’ il prete ne’ la popolazione che ha partecipato al funerale hanno avuto paura dei fascisti e delle loro mitragliatrici.»
Arrivati al cimitero, terminate le esequie, Francesco Crespi e gli altri che avevano portato le bare dovettero fuggire saltando il muro di cinta, inseguiti dai fascisti. Don Francesco Cavallini invece poté tornare indisturbato alla canonica. Per quel giorno l’aveva avuta vinta lui.
Ma una settimana dopo i brigatisti neri della Aldo Resega arrestarono don Francesco e lo rinchiusero nel carcere di San Vittore a Milano. Venne liberato solo il 25 aprile 1945.
Rimarrà in Parrocchia sino al 19 settembre 1948, quando prenderà possesso della Prevostura di S. Stefano in Segrate.

DON CARLO RIVA
“Nella mia parrocchia l’Azione cattolica era davvero di casa. Almeno la Giac – ovvero i Giovani – aveva una tradizione pluridecennale ed era stata per anni sotto le cure dell’assistente don Carlo Riva, un prete fegatoso che aveva davvero fatto la Resistenza, non disdegnando (così mi hanno raccontato testimoni oculari) di farsi vedere in giro, nei giorni dell’aprile ’45, con un mitra a tracolla. Del resto era stato membro importante del CLN legnanese e aveva concesso il soffitto della cappella dell’oratorio per nascondervi armi e munizioni” scrive Giorgio Vecchio nel libro a carattere autobiografico “Quelle sere in via sant’Antonio”.
Don Carlo era nato il 10 maggio 1914 a S. Maria Hoè, un paese della zona montuosa della Brianza. Ordinato sacerdote a 23 anni, dal 22 maggio 1937 don Carlo divenne il coadiutore nella Parrocchia legnanese di San Domenico. La sua missione era rivolta principalmente ai giovani, che invitava con entusiasmo a “vincere quel nervosismo che ci prende talvolta facendoci dimenticare anche i nostri doveri spirituali” e li esortava “a pregare molto”. Don Carlo seguiva l’Azione Cattolica, in tre anni il numero di iscritti alla GIAC era più che raddoppiato ma egli non era soddisfatto dello stato dell’associazione, stato che, in uno scritto del 4 marzo 1941, giudica “abbastanza deplorevole in confronto a qualche anno fa, sia per l’attività materiale, e più per l’assenza o quasi di vita spirituale nei singoli soci”.
Dopo lo scoppio della guerra don Carlo Riva esorta i suoi ragazzi a pregare “affinché la pace ridivenga stabile fra le nazioni”. Dopo l’8 settembre 1943 si trova ad assumere un ruolo di eccezionale delicatezza e rilevanza non solo per la Parrocchia di San Domenico ma per tutto l’Altomilanese, per la sua scelta di antifascismo e di Resistenza. Si tratta di una Resistenza di impronta cattolica, che ripudia gesti di violenza gratuita, tende più che altro a salvare, a nascondere e far fuggire verso le formazioni di partigiani di montagna o la Svizzera ebrei, renitenti alla leva o antifascisti in pericolo. Le attività in pianura si limitano a raccogliere armi, viveri, vestiario per i partigiani di montagna, per le formazioni cattoliche del Raggruppamento Divisioni Patrioti “Alfredo Di Dio”, attivo nell’Ossola e nelle valli circostanti. Per queste attività don Carlo collabora anche con le formazioni partigiane legnanesi di impronta comunista, la 101^ Brigata Garibaldi “Giovanni Novara” e dalla fine del 1944 la 182^ Brigata Garibaldi “Mauro Venegoni”, formatasi per scorporo della 101^ troppo numerosa. In particolare ebbe rapporti diretti con Giovanni Brandazzi, plenipotenziario del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) per la nostra zona.
Molti ricordano don Carlo in quegli anni come consigliere dei giovani, sollecitatore di vocazioni partigiane, punto di raccolta e smistamento di informazioni, di segreti militari, di documenti e persino di armi, che venivano nascoste nell’oratorio di San Domenico, in via Cavour 6, nel sottotetto della cappella a cui si accedeva con una certa difficoltà dal sottotetto dell’attiguo salone del cinema e teatro.
Don Carlo faceva anche politica, fino a rappresentare la neonata DC (Democrazia Cristiana) nel CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) di Legnano, prendendo contatto con i capi partigiani della zona come Alberto Tagliaferri e Bruno Meraviglia (Tenente Angelo). È in casa di don Carlo che ha avuto luogo l’incontro decisivo per la costituzione della Brigata “Carroccio” con la partecipazione di Anacleto Tenconi (Pacelli), Neutralio Frascoli (Temistocle), Elio Strobino (Sigma), Giovanni Parolo (Santamaria).
Don Carlo sosteneva anche la stampa clandestina, “La Martinella”, diretta da Anacleto Tenconi, stampata clandestinamente presso la parrocchia di Pogliano Milanese e distribuita grazie ad una rete di staffette in bicicletta. Aveva l’incarico di commissario e di cappellano della Brigata Carroccio.
Tutte queste attività attirarono l’attenzione dei fascisti, i quali tuttavia non riuscirono mai ad avere le prove per arrestarlo per più di qualche ora. Anche l’8 novembre 1944, in seguito all’attentato esplosivo all’Albergo Mantegazza, portato a termine da Samuele Turconi (detto “Sandro”, comandante della 101^ Brigata Garibaldi GAP) e Giuseppe Marinoni (detto ”Costa-Negri”, comandante della 101^ SAP), don Carlo venne fermato, portato alla sede della Polizia fascista al “Circul di sciuri” in via Alberto da Giussano (dove adesso c’è il bingo) ma venne semplicemente interrogato, senza subire le percosse e le torture a cui erano destinati i partigiani nelle cantine a cui si accedeva da una botola, e venne quasi subito rilasciato. In altre situazioni, tuttavia, don Carlo crederà più opportuno allontanarsi per qualche giorno da Legnano e vivere alla macchia con i suoi uomini.
Nel “Liber chronicus” della Parrocchia di Pogliano Milanese nel gennaio del 1945 si cita don Carlo, in occasione della fuga da Legnano di Guido Palmieri (Nino), delle formazioni partigiane cattoliche, ormai scoperto e a forte rischio di arresto. Il Palmieri viene nascosto presso la Cascina Impero dai signori Goegan, agricoltori ed affittuari. «Il 22 febbraio il giovane veniva rilevato in automobile da Don Carlo Riva di S. Domenico di Legnano - anima del movimento partigiano di Legnano - e passato alle formazioni partigiane della Valle del Toce della Democrazia Cristiana».
Intanto don Carlo e altri preti, come don Ettore Passamonti di Legnanello,tra cui lo stesso mons. Virgilio Cappelletti, pensano al futuro e organizzano incontri più o meno clandestini, spesso camuffati da ritiri spirituali, per discutere dei radiomessaggi di Pio XII sulla dottrina sociale della Chiesa e sulla democrazia: ci si ritrova in casa dello stesso prevosto di San Magno, oppure presso i frati di Cerro Maggiore, o ancora all’asilo De Angeli Frua in via Venezia a Legnano.
Il 27 aprile 1945 in una sala del Palazzo Italia (ex Littorio, all’angolo tra la via Gilardelli e la via Matteotti, di fronte al Municipio) le forze partigiane si uniscono: nasce a Legnano la “Divisione Mauri”, formata dalle due Brigate Garibaldi 101^ e 182^, rappresentate dal loro comandante Mario Cozzi (Pino), e dalla Brigata del Popolo “Carroccio”, rappresentata dal don Carlo Riva. Potete trovare tutti i particolari nella testimonianza di Mario Cozzi in “Due inverni un’estate e la rossa primavera. Le Brigate Garibaldi a Milano e provincia 1943-1945” di Luigi Borgomaneri, a pagg. 382-384 dell’edizione 1985.
Nell’immediato dopoguerra don Carlo si diede da fare per attirare maggiormente i giovani verso l’Azione Cattolica e la Democrazia Cristiana e organizzò un campeggio estivo per giovani, recuperando materiale lasciato dagli americani, una tradizione che continuò poi negli anni.
Nel 1962 don Carlo Riva lasciò Legnano per diventare Parroco a Bareggio. Morì nel 1990.