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domenica 5 giugno 2016

21 giugno 1944 la battaglia partigiana alla Mazzafame; 27 giugno 1944 lo scontro al ponte di S. Bernardino

http://www.legnanonews.com/news/1/59632/anpi_alla_mazzafame_la_liberta_va_difesa_ogni_giorno_

Anpi alla Mazzafame: "La libertà va difesa ogni giorno"



NEL DISCORSO DEL SINDACO ALBERTO CENTINAIO RICOSTRUITA LA STORIA DELLA BATTAGLIA ALLA MAZZAFAME E DEI SUOI PROTAGONISTI (Samuele Turconi, Ugo Bragè, Antonio Casèro e Piero Rìzzoli, Piera Pattani, Mauro Venegoni).

NEL DISCORSO DEL PRESIDENTE ANPI LEGNANO LUIGI BOTTA RICOSTRUITA LA VICENDA DELLO SCONTRO AL PONTE DI SAN BERNARDINO E DEI SUOI PROTAGONISTI (Renzo Vignati e Dino Garavaglia e il coadiutore dei SS. Martiri don Francesco Cavallini).


Amministrazione Comunale e sezione legnanese dell'ANPI insieme, come avviene da anni, per la cerimonia di Commemorazione degli episodi della lotta partigiana avvenuti nel giugno 1944 alla Cascina Mazzafame.

Stamane, dopo la celebrazione della messa officiata da don Fabio Viscardi, parroco dei Santi Martiri, il saluto del sindaco Alberto Centinaio, la commemorazione di Luigi Botta presidente dell'Anpi e una serie di interventi di studenti della scuola Media Dante Alighieri, secondo una tradizione che coinvolge direttamente i giovani in in questo momento celebrativo.
"E' sempre necessario ricordare questi avvenimenti? E, soprattutto, è necessario ricordarli ancora ai nostri giovani?", si è subito domandato il nostro primo cittadino, offrendo altrettanto immediatamente una risposta affermativa, perchè, ha spiegato, "qui, in questi avvenimenti, in questi luoghi, è nato il rifiuto al fascismo e si è rafforzata la lotta partigiana. Qui, c'è la testimonianza di una lotta di popolo che ha portato alla libertà di tutti noi. A loro il nostro grazie. Noi li sentiamo vicini. Ancora oggi ci indicano che il bene prezioso della libertà si mantiene solo con il rispetto delle leggi e con il nostro operare quotidiano fatto non solo di interessi personali e soprattutto con una buona Politica al servizio della comunità". Per il video del discorso, cliccare qui oppure sulla immagine sopra.
"La libertà nata dalla Lotta di Liberazione e dalla Resistenza non è un vitalizio - ha invece affermato Luigi Botta presidente Anpi -  essa va difesa ed alimentata ogni giorno. La Repubblica ci ha dato la Costituzione, un impareggiabile insieme di regole per vivere insieme. In essa c’è la strada per risolvere i nostri problemi, dove si proclama il primato della persona umana, della sua dignità, che ci ha resi cittadini e non più sudditi. Mentre la legge vieta, punisce sia pure nell’interesse di tutti, la Costituzione è tutto un SI, tutto a favore, è la legge del desiderio, la legge della speranza. Dobbiamo studiarla, assimilarla, renderla parte di noi stessi". Il testo completo del discorso in questa pagina, clicca qui
Come si ripete in questi ultimi anni, la conclusione della manifestazione ha avuto protagonisti gli studenti della media Dante Alighieri: Albert Axinia, Anna Kadhara, Francesco Luraschi e Riccardo Messineo, preparati dalla prof.sa Gabriella Ceci  e sotto lo sguardo attento e fiero del diregente scolastico prof. Armando De Luca, hanno letto brani indirizzati al senso civico che deve pervadere ognuno di noi di fronte a commemorazioni come quella vissuta oggi al Cascinone della Mazzafame. Per il video con gli sudenti, clicca qui oppure sulla immagine sopra.
Tra i presenti, Piera Pattani, 89 anni, la "staffetta partigiana" protagonista dell'episodio successivo al conflitto a fuoco ricordato oggi.
Immagini a cura di Luigi Frigo
(Marco Tajè)


La partigiana PIERA PATTANI che a 17 anni ha contribuito a salvare il comandante della 101^ Brigata Garibaldi GAP Samuele Turconi ricoverato in ospedale a Busto Arsizio in attesa di essere fucilato, ferito molto gravemente proprio nella battaglia alla Mazzafame del 21 giugno 1944

sabato 4 luglio 2015

27 giugno 1944: I partigiani Dino Garavaglia e Renzo Vignati uccisi al ponte di San Bernardino

http://www.legnanonews.com/news/1/49718/il_ricordo_di_due_giovani_partigiani





27 giugno 1944
I partigiani Dino Garavaglia e Renzo Vignati uccisi al ponte di San Bernardino


La valorosa staffetta della 101^ e 182^ Brigata Garibaldi Piera Pattani il 20 agosto 2013 ha visto esaudito un suo grande desiderio: dare un nome a tre partigiani.
Già perché a Legnano c’erano tre vie dedicate a loro ma vi erano indicati solo i cognomi e non c’era nemmeno scritto sotto che si trattava di partigiani. Giustamente Piera in quell’occasione osservò: “E' da anni che desideravo che queste tre persone, morte giovanissime, venissero ricordate come si deve. Di Vignati, Garavaglia e Bottini, in città, ve ne sono tanti, ma loro erano unici, così come tutti coloro che hanno partecipato alla lotta di Resistenza. Quello era un movimento composto da molti giovani e ognuno di loro andrebbe ricordato. La Resistenza l’ha fatta il popolo, l’abbiamo fatta in tanti: noi partigiani, ma anche i preti e le suore, i farmacisti, i medici e non solo".
Piera, che nel 1943 aveva appena sedici anni, faceva parte della 101^ Brigata Garibaldi SAP (Squadra di Azione Patriottica) “Giovanni Novara” che era costituita da tutti quei partigiani che avevano mantenuto una vita familiare normale, il proprio posto di lavoro e la propria abitazione e che, in base alle proprie capacità e disponibilità di tempo, si adoperavano in vario modo per la Resistenza. 

SAP e GAP a Legnano
Le SAP erano in genere squadre piuttosto numerose. Il comandante generale della 101^ SAP è stato dapprincipio Bruno Feletti (Fontana), poi Giuseppe Marinoni (Costa-Negri) e dalla fine del 1944 Mario Cozzi (Pino) ma sotto di loro vi erano tutta una serie di comandanti, ciascuno con un gruppetto limitato di persone. A Legnano verso la fine del 1944 si raggiunsero per la SAP circa 700 tra uomini e donne  e la 101^ SAP venne pertanto divisa in due gruppi di circa 350 unità, creando la 182^ Brigata Garibaldi SAP “Mauro Venegoni” in cui venne inserita Piera, in qualità non solo di staffetta ma anche di stretta collaboratrice del nuovo comandante della 101^ e 182^ SAP, Mario Cozzi.
Tuttavia il grosso del gruppo si limitava a compiti facili: faceva per lo più attività di supporto alle formazioni partigiane di montagna e ai GAP (Gruppo di Azione Patriottica) di città con medicine, vestiario o cibo e azioni di piccolo sabotaggio, alterazione e distruzione dei cartelli stradali, spargimento di chiodi a tre punte sulle principali strade di collegamento e propaganda in fabbrica, con brevi comizi e distribuzione di volantini, e fuori dalla fabbrica, attaccando ai muri di sera o di notte manifesti antifascisti. A Legnano era Piera la responsabile della distribuzione della stampa clandestina nelle fabbriche, stampa che andava lei stessa a recuperare a Milano direttamente dalla stamperia in via XXII Marzo, ed aveva anche fondato un gruppo di giovani, tredici donne e tredici uomini, che di notte uscivano a coppie per non dare nell’occhio e tracciavano scritte o attaccavano manifesti clandestini sui muri.
Più spesso i sappisti semplicemente non agivano ma si tenevano pronti ad intervenire in caso di necessità a salvaguardia della fabbrica contro eventuali aggressioni, razzie o tentativi di distruzione ad opera dei nazifascisti: in fondo era principalmente con questo scopo che le SAP erano nate, come “Squadre di difesa operaia”. 
Ma per proteggere le fabbriche e gli operai erano necessarie le armi e pertanto in ogni SAP vi era una squadra di punta che agiva con metodi simili alle GAP e procurava le armi con disarmi (quasi sempre di repubblichini) o , più raramente, sequestri in fabbrica, o anche semplicemente acquistandole alla borsa nera da repubblichini consenzienti. Queste squadre di punta a Legnano si spingevano spesso anche in assalti a posti di blocco e scontri a fuoco con i fascisti allo scopo di tentare di eliminare fisicamente spie o brigatisti neri. Erano però pochi quelli che rischiavano così tanto. 

Dino Garavaglia e Renzo Vignati
Dino Garavaglia e Renzo Vignati furono tra i primi, fin dal marzo 1943, ad entrare nel gruppo di antifascisti agli ordini di Arno Covini e, dopo l’armistizio, confluirono con il Covini nella Resistenza legnanese a fianco dei fratelli Venegoni, nel gruppo di punta di stampo gappistico della 101^ Brigata Garibaldi SAP.
Di disarmi di repubblichini la 101^ SAP ne aveva già compiuti parecchi, ma non sempre le cose andavano per il verso giusto.

Quel 27 giugno 1944
Il 27 giugno 1944 nei pressi del ponte della ferrovia di San Bernardino l’azione sembrava potersi concludere a favore del gruppo di partigiani invece la pattuglia fascista era troppo consistente per le loro forze e nello scontro a fuoco rimasero feriti quattro partigiani. Due riuscirono a fuggire, mentre Dino e Renzo, feriti gravemente, furono catturati dai fascisti. Ricoverati all’ospedale di Legnano,morirono poche ore dopo. Dino aveva diciotto anni, Renzo diciannove.
Piera Pattani aveva saputo che i fascisti volevano portar via subito i cadaveri, di nascosto, ma il primario Piccioni, che era dalla parte dei partigiani, si era fermamente opposto: “No! Qui restano! Qui si fanno le esequie! Perché qui è casa mia!” 

Il funerale
Il giorno dei funerali, il 4 luglio, in un clima di forte tensione, i fascisti avevano permesso controvoglia le esequie pretendendo che però si svolgessero in forma del tutto privata. Invece c’era una gran folla con tante corone di fiori.
Don Francesco Cavallini (nella foto, ndr), assistente all’oratorio e coadiutore della chiesa dei SS. Martiri, la cui parrocchia all’epoca comprendeva tutto l’Oltrestazione, aveva fatto appena in tempo ad impartire la benedizione che i fascisti presero le bare e stavano per portarle via. Don Francesco si rifiutò: ”Questi ragazzi li ho battezzati in chiesa e in chiesa devono venire!” 
Francesco Crespi, allora 17enne partigiano della 101^ GAP, raccontò nell’intervista (riportata nel libro “Giorni di Guerra”) il seguito della vicenda: “Allora ci facciamo avanti in otto o dieci, prendiamo le bare e le portiamo in Chiesa. All’uscita vediamo che i fascisti hanno messo le mitragliatrici sul piazzale. Don Francesco si mette davanti, fa uscire le donne, poi tutti assieme andiamo al cimitero, guardati a vista dai fascisti. Questo fatto mi ha colpito molto, perché nessuno, ne’ il prete ne’ la popolazione che ha partecipato al funerale hanno avuto paura dei fascisti e delle loro mitragliatrici.”
Più tardi cercheranno di bloccare queste persone che si erano esposte e il Crespi, con altri quattro o cinque, sarà costretto a scappare dal cimitero saltando poi la ferrovia. 
Al funerale di Dino e Renzo aveva partecipato, nonostante il grave pericolo, anche Mauro Venegoni: era presente, venuto appositamente da Milano, camuffato e nascosto tra la gente, in via Gaeta, quella che costeggia sul lato occidentale la ferrovia e dove avrebbe transitato il corteo del funerale. Mauro era fermo presso la bilòria, cioè il ponte pedonale, che ora non esiste più, situato nelle immediate vicinanze della stazione ferroviaria, a proseguimento della viuzza che da piazza Monumento porta in stazione (via ora intitolata a Mauro Venegoni, così come il più noto tratto di via dell’Oltrestazione tra corso Italia e via Novara). Solo pochi partigiani, quelli che gli erano più intimi, lo hanno riconosciuto. Mauro ha rischiato la vita per onorare la morte dei due ragazzi! 
Don Francesco quel giorno l’ebbe vinta, ma una settimana dopo verrà arrestato dai brigatisti neri della Aldo Resega di Legnano e rinchiuso nel carcere di San Vittore a Milano, da dove uscirà solo il 25 aprile 1945.

Un riconoscimento doveroso
Su Legnanonews leggiamo che nel primo pomeriggio del 20 agosto 2013 «il sindaco Alberto Centinaio ha condotto la tenace e battagliera Piera ad ammirare le nuove insegne che, da oggi, grazie anche al suo appello, si chiameranno vie "Dino Garavaglia", "Renzo Vignati" e "Renzo Bottini" e non più semplicemente "Garavaglia", "Vignati" e "Bottini"».
Il desiderio di Piera è giustamente esaudito, perché Dino e Renzo …  "erano unici, così come tutti coloro che hanno partecipato alla lotta di Resistenza.


Per saperne di più:

. Giorgio Vecchio, Nicoletta Bigatti e Alberto Centinaio, “Giorni di guerra. Legnano 1939-1945”, Eo Ipso, 2009

La battaglia partigiana della 101^ GAP alla Mazzafame

http://www.legnanonews.com/news/1/49187/

21 giugno 1944 - La battaglia partigiana della 101^ GAP alla Mazzafame

Poco dopo le ore 19 dell’8 settembre 1943 venne annunciato via radio l’armistizio con gli angloamericani. L’indomani mattina i fratelli Mauro e Carlo Venegoni entrarono per l’ultima volta nel cortile della fabbrica metalmeccanica Franco Tosi e Carlo fece un brevissimo discorso agli operai, solo un paio di minuti per invitarli alla lotta, alla resistenza contro i fascisti che presto si sarebbero riorganizzati e contro i nazisti che avrebbero costituito una forza di occupazione.
Le origini della Resistenza a Legnano
I Venegoni avevano anni di antifascismo, di lotta e di confino alle spalle e attorno a loro già si era formato un gruppetto di antifascisti di Legnano e della zona. Dopo l’8 settembre, con il rientro a casa dei giovani militari riusciti a sfuggire alla cattura e alla deportazione negli Stalag ed Offlag di Germania e Polonia, il gruppo resistenziale che aveva come riferimento i fratelli Venegoni (Carlo, Mauro, Pierino e Guido) si è ulteriormente allargato: tra i primi partigiani della nostra città possiamo ricordare Piera Pattani, Anna Re, Angela Allogisi, Bruno Feletti (Fontana), Arno Covini, Spartaco Andrei, Dino Garavaglia, Renzo Vignati, Arturo Fusetti, Bruno Lonati (Valeri), Annibale Schiavo, Dino Loschi, Giovanni Brandazzi, Angelo Sant’Ambrogio (deportato dalla Tosi a Mauthausen e morto nel castello di Hartheim) e molti altri. Queste persone costituivano la 101^ Brigata Garibaldi SAP (Squadra di Azione Patriottica) “Giovanni Novara”, legata alle fabbriche di Legnano e dei paesi limitrofi.

Resistenza cattolica
A Legnano operava anche una formazione cattolica che aveva nella nostra città come punto di riferimento don Carlo Riva, coadiutore della parrocchia di San Domenico, ed elementi di spicco quali Anacleto Tenconi (futuro primo sindaco di Legnano libera), Alberto Tagliaferri e Neutralio Frascoli: prenderà il nome di “Brigata Carroccio” e farà parte della Divisione Alfredo Di Dio, particolarmente attiva in Val d’Ossola.
Resistenza cattolica e non cattolica non sono rimasti mondi a sé a Legnano ma hanno collaborato fin da subito. Anacleto Tenconi ricorda nel suo libro “Rapsodia in tono minore” il primo incontro. “Novembre 1943. Ricordo una lontana sera di quel periodo, una sera nebbiosa, oscura, in cui ci trovammo, io, il rag. Neutralio Frascoli, Guido Venegoni e Arturo Fusetti nei pressi della immagine religiosa (la cosidetta [sic] Madonna Mora) sita sulla casa Marinoni in angolo tra la via Lega e via Alberto da Giussano. … Fu così che incominciò il movimento clandestino a Legnano.”

Nasce la 101^ GAP
E fin da subito si formò a Legnano, con punto di riferimento la Cascina Mazzafame, anche un gruppo scelto di partigiani particolarmente audaci che vivevano in clandestinità e si occupavano delle azioni più pericolose: i Venegoni chiesero al ventenne Samuele Turconi (Sandro) di prenderne il comando. Nacque così la 101^ Brigata Garibaldi GAP (Gruppo di Azione Patriottica) “Giovanni Novara” di Mazzafame e Gorla Maggiore.

Essere gappista
Non era facile far parte di una GAP: ci voleva fedeltà, onestà, intelligenza, coraggio fuori dal normale e non tutti erano adatti. Anche nella prima GAP costituitasi a Milano ai primi di ottobre del 1943 su 30 o 40 militanti volontari vagliati solo 12 vennero scelti, nonostante la necessità di formare la squadra: chi per validi motivi familiari, chi per il timore di non saper resistere alle torture in caso di arresto, chi per una ripulsa a scatenare il terrore individuale, molti preferivano andare a combattere in montagna piuttosto che fare la guerriglia in città. Il partigiano in montagna, infatti, si sente più sicuro, combatte in formazioni più numerose, su un terreno più vasto, con maggiori possibilità di sganciamento. Non era così per i gappisti che vivevano e agivano in città, con vita clandestina, ritirata, costantemente controllata, sempre sottoposti a continua tensione nervosa, prima, durante e dopo le rischiosissime azioni. Spie e delatori non mancavano e il rischio di venire arrestati era all’ordine del giorno: un gappista arrestato era sicuro di venire sottoposto alla tortura.

Azioni militari dei gappisti a Legnano
Questi partigiani della 101^ GAP, una quindicina a Legnano e venti o trenta a Gorla, agivano in squadre ridotte quasi sempre di sole quattro unità, effettuando in tutta la Valle Olona e fino a Varese disarmi, deragliamenti di treni con mezzi meccanici (usavano delle specie di cunei realizzati nella fonderia Pensotti: solo da novembre 1944 ebbero a disposizione dell’esplosivo), sequestro di armi nelle fabbriche o di viveri per i partigiani di montagna (famoso a Legnano il sequestro di quattro, forse cinque, quintali di burro alla Centrale del Latte di via Montenevoso), attacchi armati di disturbo a caserme, posti di blocco, garitte del dazio, attentati con eliminazione fisica di spie o militari fascisti e nazisti (famoso l’attentato del 4 novembre ’44 all’Albergo Mantegazza, vicino alla stazione di Legnano), salvataggio, anche con fuga dagli ospedali, di civili (a rischio di deportazione) o partigiani feriti piantonati.
Dalle cronache delle Brigate Garibaldi risulta che questa era la formazione più audace, più attiva, più decisa, meglio armata e più efficace perlomeno di tutta la provincia di Milano e Valle Olona.
Vice-comandante della GAP era il ventunenne Giuseppe Rossato (Gelo) e ne facevano parte Irene Dormelletti di Gorla Maggiore e Francesca Mainini di Legnano, staffette di collegamento col CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) di Milano, specializzate Irene nel nascondere e scortare i partigiani e Francesca nel collaborare con Samuele Turconi per gli attentati dinamitardi.

21 giugno '44: Cascina Mazzafame
Proprio il gruppo di una quindicina di partigiani legnanesi della 101^ Brigata Garibaldi GAP la sera del 21 giugno 1944 venne circondato da 250-300 fascisti in assetto di guerra provenienti da Busto Arsizio, avvisati da una delazione riguardo alla presenza dei partigiani alla Cascina Mazzafame, dove ora si trova il maniero della Contrada La Flora.
Un problema costante dei partigiani era la fame e quella sera, contrariamente al loro solito, si erano fermati un poco di più alla Cascina, dove molti del gruppo, comandante compreso, avevano genitori e parenti: si erano fermati a mangiare qualcosa.
Erano arrivati alla Cascina verso le nove, le nove e mezza e attorno alle dieci, dieci e mezza si sono sentiti i primi spari: sono stati i fascisti a far fuoco per primi.
I contadini della Ponzella, intuendo la gravità della situazione, fecero in tempo a fuggire di casa allontanandosi il più possibile, ma alla Mazzafame rimasero anch’essi accerchiati, in quando i fascisti avevano circondato tutta la zona con un giro larghissimo che arrivava fino alla via Novara. Ricorda infatti il comandante della 101^ GAP Samuele Turconi “non furono solo i fascisti legnanesi ad attaccarci: ci attaccò la PAI (Polizia Africana Italiana), la Brigata Nera e la Decima MAS di Busto. Rastrellarono tutte le famiglie della Mazzafame e le radunarono vicino alla chiesa minacciandole di morte se non ci fossimo arresi”. Donne, bambini, vecchi contadini tra cui uno di 97 anni, buttati fuori dalle case anche in pigiama: tutti al muro, mentre i fascisti minacciavano di dar fuoco alla Cascina.
I partigiani erano solo una quindicina, armati di rivoltelle, mentre i 250-300 fascisti avevano i mitra. “Combattemmo strenuamente – continua Samuele - e quando alle undici di sera ci accorgemmo di essere stati circondati capimmo che per noi non c’era più nulla da fare. Decidemmo di non arrenderci comunque anche se le forze in campo erano decisamente a nostro sfavore e combattemmo furiosamente fino all’alba”.

Inizia il conflitto a fuoco
Lo scontro fu durissimo. Il comandante Samuele Turconi fu tra i primi ad essere ferito: poco prima di mezzanotte una sventagliata di mitra lo colpì ad una gamba. Venne ferito molto gravemente anche un altro partigiano, Nino Lepori di Fagnano Olona: una pallottola gli trapassò il torace e perforò un polmone.
Verso l’alba Samuele Turconi venne nuovamente ferito, un’altra sventagliata di mitra lo colpì all’altra gamba e non fu più in grado di muoversi. Le munizioni dei partigiani, per quanto centellinate, stavano per esaurirsi e i fascisti dalle minacce di ritorsioni verso la popolazione stavano passando ai fatti tentando di incendiare il fieno e la paglia in alto nei fienili. Samuele decise di arrendersi, cercando però prima di mettere in salvo i suoi uomini usando le ultime pallottole per creare un varco di copertura nello sbarramento di fuoco: una decina riuscirono a scappare, illesi, e tra essi il vice-comandante Giuseppe Rossato.

La cattura di Samuele Turconi
Samuele venne catturato insieme a Nino Lepori, più morti che vivi entrambi, e insieme a tre altri partigiani, Rizzi, Ugo Bragè, Antonio Casero, di cui uno venne ucciso durante il trasporto a Busto Arsizio e gli altri due inviati nei lager in Germania, da cui fecero ritorno.
Tra i fascisti vi furono due o tre morti e una dozzina di feriti. “Un fascista mi puntò il fucile alla testa –ricorda Samuele - e minacciò di uccidermi sul posto; poi invece mandarono mio fratello con degli amici che mi trasportarono sino in via Novara dove i fascisti avevano fatto base. Ormai mi venivano meno le forze ma feci in tempo a sentire che avevano preso il Rizzi Pietro, il Bragè, il Casero. Mi caricarono su un automezzo militare ormai quasi morto ed insieme ad altri ci condussero alla caserma dei carabinieri di Busto Arsizio. Fortunatamente incontrai un maresciallo dei carabinieri veramente coraggioso che si oppose con tutte le sue forze a rinchiudermi in quelle condizioni in cella. Per me sarebbe stata la fine. Ho sentito ‘sto maresciallo che ha detto “Portatelo via! Via! Subito! Che questo sta morendo! Che io non voglio i morti in questa caserma!!!” E poi lì non ho capito più niente… I fascisti furono così obbligati a condurmi nell’ospedale della città dove i medici mi salvarono la vita per un soffio”
In ospedale il Turconi, costantemente piantonato da tre militi, venne interrogato ripetutamente, torturato e minacciato: “per impressionarmi, sotto il letto mi misero una cassa da morto” confidò in seguito. Non parlò. Perciò il 13 luglio “Angelo Montagnoli e il Negrini mi portarono con sarcasmo la bella notizia che molto presto sarei stato fucilato”, in Piazza Santa Maria a Busto Arsizio, alle cinque di mattina dell’indomani.

Si prepara la fuga di Samuele
Per fortuna i medici stavano dalla parte dei partigiani ed avevano avvisato l’organizzazione dei Venegoni: la diciassettenne Piera Pattani, valorosa staffetta della 101^ SAP, si offrì di andare in avanscoperta.
Si presentò in ospedale verso le nove e mezza di sera del 13 luglio dichiarando di essere la fidanzata di Samuele e venne lasciata entrare nella sua camera. Piera gli si gettò al collo baciandolo e spingendogli in bocca un bussolotto di carta. Una delle guardie prese il fucile per la canna e col calcio le dette tre vergate sulla schiena così forti che Samuele credette l’avesse ammazzata, poi la presero per i capelli e trascinarono fuori in corridoio sbattendola contro il muro. Sul biglietto Samuele riuscì a leggere “tentiamo alle 10” “e alle dieci, dieci e dieci son arrivati. Con un’azione militare a cui partecipò tra gli altri anche Mauro Venegoni vennero e, immobilizzate le guardie, Guido Venegoni mi caricò sulla canna della bicicletta poiché le mie ferite non erano ancora rimarginate… Fui accompagnato a Legnano in via Novara nella casa della partigiana Alogisi Angela in Grassini dove poi fui curato dal dott. Tornadù, farmacista di via Novara. Rimasi da lei una decina di giorni e poi dovetti abbandonare il rifugio divenuto insicuro. Mi trasferirono allora a Prospiano anche se le mie condizioni non erano per niente buone.”

Samuele riprende la lotta
Una volta ristabilitosi, Samuele Turconi riprese il suo posto al comando della 101^ Brigata Garibaldi GAP “Giovanni Novara” di Mazzafame e Gorla Maggiore. E ricominciò a fare disarmi, deragliamenti, attentati e salvataggi, anche assalendo, insieme a tre compagni, con un commando armato le guardie che stavano piantonando un civile ferito e portandolo via, in salvo, dallo stesso ospedale di Busto Arsizio da dove era stato fatto fuggire lui stesso appena un mesetto prima.
Per una descrizione più dettagliata della vicenda, con ulteriori testimonianze dei protagonisti si rimanda all’articolo precedentemente pubblicato:

Piera Pattani e Samuele Turconi nel giugno 2008 presso la Cascina Mazzafame
in occasione dell'annuale commemorazione della Battaglia Partigiana
ricevono una targa di benemerenza dall'ANPI di Legnano
per la loro preziosa attività partigiana durante il periodo clandestino 1943-1945

Per saperne di più:
. Giorgio Vecchio, Nicoletta Bigatti e Alberto Centinaio, “Giorni di guerra. Legnano 1939-1945”, Eo Ipso, 2009
. Per conoscere meglio Samuele Turconi



domenica 10 maggio 2015

Il cippo in memoria del dott. Ezio Tornadù, di don Francesco Cavallini e di don Carlo Riva, esponenti della Resistenza legnanese.

25 aprile 2014, Cimitero Monumentale di Legnano, Campo dei Partigiani: scoperto un cippo in memoria del dott. Ezio Tornadù, di don Francesco Cavallini e di don Carlo Riva, esponenti della Resistenza legnanese.


Da sinistra il partigiano della Carroccio Achille Carnevali, il presidente ANPI Legnano Luigi Botta, il sindaco di Legnano Alberto Centinaio e la partigiana della 182^ Brigata Garibaldi SAP Piera Pattani

tratto da
http://www.legnanonews.com/news/1/37475/25_aprile_legnanesi_in_guerra_partigiani_fascisti_resistenti

DOTT. EZIO TORNADU’
La Farmacia della Stazione, in via Liberazione 2, iniziò la sua attività nel 1905 e attorno agli anni ’30 il dott. Ezio Tornadù ne divenne titolare.
Spesso il dottore si faceva aiutare a confezionare i famosi “cachet” dai ragazzi del vicino cortile Nava, ora scomparso per far posto al sottopasso e di cui rimangono solo una parte delle abitazioni, con le caratteristiche ringhiere, sul lato vicino alla stazione.
All’armistizio dell’8 settembre 1943 ed il conseguente inizio della Resistenza il dott. Tornadù non ebbe dubbi sulla parte da cui stare.
Anacleto Tenconi (il primo sindaco di Legnano liberata) nel suo “Rapsodia in tono minore” ricorda il primo incontro ufficiale tra la Resistenza legnanese di orientamento cattolico, rappresentata in quell’occasione dallo stesso Tenconi e da Neutralio Frascoli, e quella di orientamento comunista, rappresentata dall’Organizzazione dei fratelli Venegoni ed in particolare quella sera da Guido Venegoni e Arturo Fusetti. La Resistenza a Legnano operò fin d’allora in modo collaborativo ed il dott. Tornadù fornì aiuti materiali, bende, medicinali, unguenti, cicatrizzanti, disinfettanti per i partigiani di città e per quelli di montagna, tramite staffette che portavano il materiale medico al ponte di Marnate, all’imbocco della Valle Olona, dove si faceva trovare qualche partigiano delle formazioni di montagna, con una mezza lira di carta che doveva combaciare con la mezza lira in possesso della staffetta, come riconoscimento.
Talvolta al ponte di Marnate scendeva qualche partigiano malato, la staffetta volava in bicicletta alla Farmacia della Stazione, spiegava i sintomi al dott. Tornadù e tornava dal partigiano con i medicinali adatti.
Ma il dott. Ezio Tornadù non si limitava a questo: andava lui stesso nelle case in cui venivano ricoverati i partigiani malati o feriti per curarli.
Un episodio rimasto nella memoria storica di Legnano è legato a Samuele Turconi, nome di battaglia “Sandro”, comandante della 101^ Brigata Garibaldi “Giovanni Novara” GAP della Mazzafame, ferito molto gravemente durante lo scontro avvenuto il 21 giugno 1944 alla Cascina Mazzafame, quando, in seguito ad una delazione, 250-300 fascisti da Busto Arsizio piombarono su una quindicina di partigiani ivi radunati. Samuele Turconi venne ferito due volte, catturato, portato all’ospedale di Busto ed operato d’urgenza. Verso l’8-10 luglio Angelo Montagnoli, capo delle Brigate Nere di Legnano, gli preannunciò la fucilazione in piazza per l’indomani mattina ma con un’azione da commando armato quattro partigiani, tra cui Guido e Mauro Venegoni, riuscirono alle dieci di sera a portarlo in salvo presso la casa della staffetta Angela Allogisi in Grassini, in via Novara a Legnano. Pochi minuti più tardi il dott. Tornadù si presentò a casa dell’Allogisi per prestare le prime cure a Samuele Turconi che si stava dissanguando in quanto le ferite e i tagli dell’operazione non erano minimamente rimarginati. Il dott. Tornadù finì di medicarlo alle due di notte ma attese l’alba per evitare di incappare nelle pattuglie che cercavano il Turconi in tutta Legnano. Per i successivi dieci giorni, finchè il Turconi non dovette essere spostato altrove, il dott. Ezio Tornadù si presentò per le medicazioni tutti i pomeriggi, con grande rischio per la sua incolumità. Nel migliore dei casi era la deportazione in un lager, più spesso l’interrogatorio, la tortura e la fucilazione.
Fino al 1973 il dott. Tornadù rimase titolare della Farmacia, poi ne cedette la titolarità al cognato, dott. Felice Vitali, che nel 1987 la passò al figlio dott. Lorenzo Vitali, ex sindaco di Legnano.

DON FRANCESCO CAVALLINI
Don Francesco Cavallini dal 1° settembre 1926 era assistente dell’oratorio e coadiutore nella Parrocchia dei SS. Martiri, che allora comprendeva tutto l’Oltrestazione.
Il 27 giugno 1944 Renzo Vignati (19 anni) e Dino Garavaglia (18 anni), entrambi partigiani della 101^ Brigata Garibaldi “Giovanni Novara” SAP, vennero mortalmente feriti durante un tentativo di disarmo cui seguì uno scontro con preponderanti forze fasciste al ponte di San Bernardino. I due partigiani vennero ricoverati all’Ospedale di Legnano ma non sopravvissero. Il 4 luglio le Autorità diedero, controvoglia, l’autorizzazione a funerali privati. Si presentò invece una gran folla con numerose corone di fiori. Don Cavallini fece appena in tempo a benedire le bare che i fascisti le presero per portarle via.
Francesco Crespi, allora 17enne partigiano della 101^ GAP, raccontò nell’intervista, riportata nel libro “Giorni di Guerra” (di Giorgio Vecchio, Nicoletta Bigatti e Alberto Centinaio), come andarono le cose: «arriva il prete (don Francesco Cavallini) e dà la benedizione ai morti; poi arrivano i fascisti, prendono le casse e fanno per portarle via. Don Francesco li ferma e dice: “questi ragazzi li ho battezzati in Chiesa e in Chiesa devono venire”. Allora ci facciamo avanti in otto o dieci, prendiamo le bare e le portiamo in Chiesa. All’uscita vediamo che i fascisti hanno messo le mitragliatrici sul piazzale. Don Francesco si mette davanti, fa uscire le donne, poi tutti assieme andiamo al cimitero, guardati a vista dai fascisti. Questo fatto mi ha colpito molto, perché nessuno, ne’ il prete ne’ la popolazione che ha partecipato al funerale hanno avuto paura dei fascisti e delle loro mitragliatrici.»
Arrivati al cimitero, terminate le esequie, Francesco Crespi e gli altri che avevano portato le bare dovettero fuggire saltando il muro di cinta, inseguiti dai fascisti. Don Francesco Cavallini invece poté tornare indisturbato alla canonica. Per quel giorno l’aveva avuta vinta lui.
Ma una settimana dopo i brigatisti neri della Aldo Resega arrestarono don Francesco e lo rinchiusero nel carcere di San Vittore a Milano. Venne liberato solo il 25 aprile 1945.
Rimarrà in Parrocchia sino al 19 settembre 1948, quando prenderà possesso della Prevostura di S. Stefano in Segrate.

DON CARLO RIVA
“Nella mia parrocchia l’Azione cattolica era davvero di casa. Almeno la Giac – ovvero i Giovani – aveva una tradizione pluridecennale ed era stata per anni sotto le cure dell’assistente don Carlo Riva, un prete fegatoso che aveva davvero fatto la Resistenza, non disdegnando (così mi hanno raccontato testimoni oculari) di farsi vedere in giro, nei giorni dell’aprile ’45, con un mitra a tracolla. Del resto era stato membro importante del CLN legnanese e aveva concesso il soffitto della cappella dell’oratorio per nascondervi armi e munizioni” scrive Giorgio Vecchio nel libro a carattere autobiografico “Quelle sere in via sant’Antonio”.
Don Carlo era nato il 10 maggio 1914 a S. Maria Hoè, un paese della zona montuosa della Brianza. Ordinato sacerdote a 23 anni, dal 22 maggio 1937 don Carlo divenne il coadiutore nella Parrocchia legnanese di San Domenico. La sua missione era rivolta principalmente ai giovani, che invitava con entusiasmo a “vincere quel nervosismo che ci prende talvolta facendoci dimenticare anche i nostri doveri spirituali” e li esortava “a pregare molto”. Don Carlo seguiva l’Azione Cattolica, in tre anni il numero di iscritti alla GIAC era più che raddoppiato ma egli non era soddisfatto dello stato dell’associazione, stato che, in uno scritto del 4 marzo 1941, giudica “abbastanza deplorevole in confronto a qualche anno fa, sia per l’attività materiale, e più per l’assenza o quasi di vita spirituale nei singoli soci”.
Dopo lo scoppio della guerra don Carlo Riva esorta i suoi ragazzi a pregare “affinché la pace ridivenga stabile fra le nazioni”. Dopo l’8 settembre 1943 si trova ad assumere un ruolo di eccezionale delicatezza e rilevanza non solo per la Parrocchia di San Domenico ma per tutto l’Altomilanese, per la sua scelta di antifascismo e di Resistenza. Si tratta di una Resistenza di impronta cattolica, che ripudia gesti di violenza gratuita, tende più che altro a salvare, a nascondere e far fuggire verso le formazioni di partigiani di montagna o la Svizzera ebrei, renitenti alla leva o antifascisti in pericolo. Le attività in pianura si limitano a raccogliere armi, viveri, vestiario per i partigiani di montagna, per le formazioni cattoliche del Raggruppamento Divisioni Patrioti “Alfredo Di Dio”, attivo nell’Ossola e nelle valli circostanti. Per queste attività don Carlo collabora anche con le formazioni partigiane legnanesi di impronta comunista, la 101^ Brigata Garibaldi “Giovanni Novara” e dalla fine del 1944 la 182^ Brigata Garibaldi “Mauro Venegoni”, formatasi per scorporo della 101^ troppo numerosa. In particolare ebbe rapporti diretti con Giovanni Brandazzi, plenipotenziario del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) per la nostra zona.
Molti ricordano don Carlo in quegli anni come consigliere dei giovani, sollecitatore di vocazioni partigiane, punto di raccolta e smistamento di informazioni, di segreti militari, di documenti e persino di armi, che venivano nascoste nell’oratorio di San Domenico, in via Cavour 6, nel sottotetto della cappella a cui si accedeva con una certa difficoltà dal sottotetto dell’attiguo salone del cinema e teatro.
Don Carlo faceva anche politica, fino a rappresentare la neonata DC (Democrazia Cristiana) nel CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) di Legnano, prendendo contatto con i capi partigiani della zona come Alberto Tagliaferri e Bruno Meraviglia (Tenente Angelo). È in casa di don Carlo che ha avuto luogo l’incontro decisivo per la costituzione della Brigata “Carroccio” con la partecipazione di Anacleto Tenconi (Pacelli), Neutralio Frascoli (Temistocle), Elio Strobino (Sigma), Giovanni Parolo (Santamaria).
Don Carlo sosteneva anche la stampa clandestina, “La Martinella”, diretta da Anacleto Tenconi, stampata clandestinamente presso la parrocchia di Pogliano Milanese e distribuita grazie ad una rete di staffette in bicicletta. Aveva l’incarico di commissario e di cappellano della Brigata Carroccio.
Tutte queste attività attirarono l’attenzione dei fascisti, i quali tuttavia non riuscirono mai ad avere le prove per arrestarlo per più di qualche ora. Anche l’8 novembre 1944, in seguito all’attentato esplosivo all’Albergo Mantegazza, portato a termine da Samuele Turconi (detto “Sandro”, comandante della 101^ Brigata Garibaldi GAP) e Giuseppe Marinoni (detto ”Costa-Negri”, comandante della 101^ SAP), don Carlo venne fermato, portato alla sede della Polizia fascista al “Circul di sciuri” in via Alberto da Giussano (dove adesso c’è il bingo) ma venne semplicemente interrogato, senza subire le percosse e le torture a cui erano destinati i partigiani nelle cantine a cui si accedeva da una botola, e venne quasi subito rilasciato. In altre situazioni, tuttavia, don Carlo crederà più opportuno allontanarsi per qualche giorno da Legnano e vivere alla macchia con i suoi uomini.
Nel “Liber chronicus” della Parrocchia di Pogliano Milanese nel gennaio del 1945 si cita don Carlo, in occasione della fuga da Legnano di Guido Palmieri (Nino), delle formazioni partigiane cattoliche, ormai scoperto e a forte rischio di arresto. Il Palmieri viene nascosto presso la Cascina Impero dai signori Goegan, agricoltori ed affittuari. «Il 22 febbraio il giovane veniva rilevato in automobile da Don Carlo Riva di S. Domenico di Legnano - anima del movimento partigiano di Legnano - e passato alle formazioni partigiane della Valle del Toce della Democrazia Cristiana».
Intanto don Carlo e altri preti, come don Ettore Passamonti di Legnanello,tra cui lo stesso mons. Virgilio Cappelletti, pensano al futuro e organizzano incontri più o meno clandestini, spesso camuffati da ritiri spirituali, per discutere dei radiomessaggi di Pio XII sulla dottrina sociale della Chiesa e sulla democrazia: ci si ritrova in casa dello stesso prevosto di San Magno, oppure presso i frati di Cerro Maggiore, o ancora all’asilo De Angeli Frua in via Venezia a Legnano.
Il 27 aprile 1945 in una sala del Palazzo Italia (ex Littorio, all’angolo tra la via Gilardelli e la via Matteotti, di fronte al Municipio) le forze partigiane si uniscono: nasce a Legnano la “Divisione Mauri”, formata dalle due Brigate Garibaldi 101^ e 182^, rappresentate dal loro comandante Mario Cozzi (Pino), e dalla Brigata del Popolo “Carroccio”, rappresentata dal don Carlo Riva. Potete trovare tutti i particolari nella testimonianza di Mario Cozzi in “Due inverni un’estate e la rossa primavera. Le Brigate Garibaldi a Milano e provincia 1943-1945” di Luigi Borgomaneri, a pagg. 382-384 dell’edizione 1985.
Nell’immediato dopoguerra don Carlo si diede da fare per attirare maggiormente i giovani verso l’Azione Cattolica e la Democrazia Cristiana e organizzò un campeggio estivo per giovani, recuperando materiale lasciato dagli americani, una tradizione che continuò poi negli anni.
Nel 1962 don Carlo Riva lasciò Legnano per diventare Parroco a Bareggio. Morì nel 1990.

giovedì 23 aprile 2015

Legnano 25 Aprile: i giorni della Liberazione - 1° parte



25 Aprile: i giorni della Liberazione


Legnano, 25 Aprile 1945
I giorni della Liberazione

I fratelli Venegoni
Il 1945 a Legnano è iniziato disastrosamente per quanto riguarda la Resistenza. Infatti tutti i principali protagonisti erano stati catturati, incarcerati, inviati nel lager, fucilati o costretti a continuare la loro lotta altrove.
Dei quattro fratelli Venegoni, i principali animatori dell’antifascismo e della Resistenza in tutta la valle Olona, nessuno era più a Legnano nel 1945.
Il primo a cadere nelle mani dei fascisti era stato Guido, a luglio ’44, arrestato per aver diffuso nelle fabbriche “La Guardia rossa”, uno dei giornali clandestini stampato dal loro gruppo autonomo.
Il 5 agosto viene arrestato il fratello Pierino, portato alla famigerata caserma della Muti di via Rovello a Milano, tristemente famosa. Pierino ha resistito a dieci giorni di terribili torture senza aprire bocca e verrà inviato in Germania nel campo di lavoro di Jikdorf, da dove riuscirà a fuggire solo gli ultimi giorni di guerra.
Il 28 agosto 1944 è arrestato anche Carlo, sorpreso in una tipografia di Milano dove stava preparando una nuova edizione dell’Unità clandestina: viene portato al carcere di San Vittore a Milano e da lì, il 7 settembre, internato nel campo di prigionia di Bolzano-Gries. Lì, nel lager, Carlo organizza con Ada Buffulini che diventerà sua moglie, ed altri un comitato di Resistenza interna. Rimane in contatto clandestinamente con gli amici di Legnano e con loro organizza la propria fuga.
Il 29 ottobre Carlo riesce ad incontrarsi col fratello Mauro, in un recapito a Milano in Corso Buenos Aires 1. Sarà l’ultima volta che si vedono. Mauro deve fuggire e decide di tornare verso Legnano e Busto. Casualmente, il giorno successivo, il 30 ottobre, Mauro viene arrestato e condotto alla caserma della Brigata Nera di Busto Arsizio, ma ha con sé documenti falsi. Viene interrogato e anche torturato ma a un certo punto uno lo riconosce per quello che è, il Mauro Venegoni che da tempo vorrebbero avere fra le mani: per lui è finita. Lungamente e orribilmente torturato, Mauro non dice una parola. La notte del 31 ottobre lo scaraventeranno lungo la strada per Cassano Magnago e lo finiranno con due colpi alla nuca. A Mauro verrà conferita una medaglia d’oro alla memoria.
Guido era riuscito a fuggire ma l’11 novembre viene nuovamente arrestato a Vimercate. Aveva documenti falsi ma è stato riconosciuto. Il Montagnoli, capo delle Brigate Nere di Legnano lo ha prelevato: avevano già approntato tutto per la fucilazione pubblica di Guido in piazza San Magno a Legnano ma non hanno potuto portarla a termine: l’ondata di sdegno per la morte di Mauro è stata tale che gli stessi componenti del plotone di esecuzione non hanno avuto il coraggio di sparare. Guido Venegoni riesce poi rocambolescamente a fuggire e continua la lotta al comando della sua 181^ Brigata Garibaldi, nel cuneese.
Carlo Venegoni, braccato dai fascisti, a novembre viene inviato dal Partito a Genova come responsabile delle SAP di Genova Centro e continua lì la sua lotta.
Altri partigiani di Legnano avevano dovuto fuggire e continuare altrove la loro lotta.
Samuele Turconi
Anche i partigiani di città vengono rastrellati. Legnano non è una Repubblica partigiana, è lontana dalle montagne ma i partigiani di Legnano aiutano quelli di montagna, recuperano e inviano loro armi, medicinali, soldi e viveri, fanno deragliare i treni merci per bloccare la circolazione, a novembre la 101^ Brigata Garibaldi di Samuele Turconi fa deragliare un treno di repubblichini della divisione Monte Rosa in viaggio verso la Val d’Ossola per un rastrellamento. I partigiani di Legnano danno fastidio, molto fastidio. I nazifascisti hanno l’opportunità e le motivazioni per intensificare le pressioni sui partigiani, anche a Legnano.
Anche il comandante Samuele Turconi a fine novembre ’44 si allontanò da Legnano. La GAP (Gruppo di Azione Patriottica, partigiani che vivevano in clandestinità ed effettuavano le azioni più rischiose) di Samuele era, secondo le statistiche delle Brigate Garibaldi, quella meglio armata, più forte ed efficiente perlomeno di tutta la Lombardia. La Volante Servadei delle formazioni piemontesi di Moscatelli aveva richiesto esplicitamente in prestito Samuele tramite il CLN di Milano in qualità di comandante esperto per una missione di un paio di settimane particolarmente difficile e delicata nel varesotto.
L’11 dicembre una delazione portò al suo arresto. Samuele aveva documenti falsi ma, durante le torture ad opera del Capitano Zambon e dei suoi uomini nella sede delle Brigate Nere di Varese, Samuele viene riconosciuto da un fascista legnanese e la situazione peggiora. Incarcerato a Varese viene torturato dalle SS ogni notte per 8-12 ore filate senza tregua né pietà fino alla mattina del 25 dicembre. Non parla. A febbraio 1945 viene inviato con altri al carcere milanese di San Vittore, condannato a morte, a fucilazione per rappresaglia con scelta a sorteggio. Samuele Turconi sarà fortunato e il pomeriggio del 24 aprile 1945 sarà ancora vivo.
Dalle formazioni di montagna di Moscatelli in quel novembre 1944 è arrivato a Legnano Mario Cozzi, noto col nome di battaglia di “Pino”. Il Cozzi ha avuto ordine dal CLN di prendere il comando della 101^ Brigata rimasta orfana di comandanti e anche della 182^ Brigata Garibaldi Mauro Venegoni che si era formata per scissione della 101^ diventata troppo numerosa. La giovane staffetta 17enne Piera Pattani è passata alla 182^ ed è diventata la collaboratrice più stretta di Mario Cozzi.
Garibaldini e cattolici a Legnano
Nella primavera del 1945 erano presenti quindi a Legnano due formazioni garibaldine ed una cattolica.
La 101^ Garibaldi con 8 distaccamenti (Franco Tosi, Brusadelli, Castellanza, Rescaldina, San Vittore, Cerro Maggiore, Cantalupo).
La 182^ Garibaldi con 9 distaccamenti (campagne della Valle Olona, Wolsit, Canegrate, Parabiago, Busto Garolfo, San Giorgio e Villa Cortese, Dairago, la ditta Safar).
Le formazioni cattoliche erano state conglobate nella Divisione Alto Milanese del Raggruppamento Divisioni Patrioti “Alfredo Di Dio” (Comandante Eugenio Cefis, vice-comandante il futuro ministro Giovanni Marcora) con varie Brigate tra cui la “Carroccio” che operava nella zona tra Saronno e Parabiago ed operava a Legnano. La Carroccio a Legnano aveva come membri di spicco Don Carlo Riva, Anacleto Tenconi, Alberto Tagliaferri. Comandante Bruno Meraviglia.
Il 9 aprile finalmente gli angloamericani riescono a sfondare la Linea Gotica. C’è nell’aria la sensazione che ormai sia questione di poco: tedeschi e fascisti hanno perso e si preoccupano solo di ritirarsi col minore dei danni, magari però distruggendo fabbriche e impianti elettrici prima di lasciare l’Italia. I partigiani si preoccupano che queste distruzioni non avvengano e gli operai si schierano pertanto ancora più decisamente dalla loro parte. Anche a Legnano i rapporti di forze pertanto mutano.
Il 10 aprile il Partito Comunista dirama le “Direttive n 16 del PCI per l’insurrezione” a firma Luigi Longo. Il 21 aprile il CLN Alta Italia dirama anch’esso le “Direttive per l’insurrezione nazionale” con le istruzioni per la realizzazione dello sciopero nazionale
Alla vigilia dell’insurrezione i partigiani di entrambi gli schieramenti erano abbastanza numerosi ma con un armamento del tutto insufficiente. Per la Carroccio solo uno su 5 aveva un’arma.
Le forze nazifasciste potevano contare su 290 uomini in Legnano, più un centinaio nei paesi limitrofi. Rispetto ai partigiani erano di meno ma molto ben equipaggiati con anche armamenti pesanti.
I partigiani non intendevano fermarsi di fronte a questo. Nella relazione delle Garibaldi si legge “…anche noi sentivamo che era imminente il crollo ed è ben per questo che dal primo di marzo al 25 aprile ci gettammo nella lotta per non dare più tregua ai nostri nemici…”
E i nazifascisti erano in genere piuttosto demotivati.
24 aprile
24 aprile 1945. A Legnano arriva una staffetta. E’ mezzogiorno e la staffetta si dirige alla casa del Don Carlo, all’oratorio di San Domenico. Lì è riunito un gruppo di partigiani della Carroccio: “Una tradotta con un forte contingente di militari fascisti arriverà verso sera alla stazione di Legnano con provenienza Milano”.
I partigiani decidono. “Bisogna quindi attaccare. Il presidio fascista di Legnano non deve essere assolutamente rafforzato con questi nuovi reparti!” Il comando unificato, Carroccio, 101^ Garibaldi e 182^ Garibaldi, impartisce ordini perché i partigiani prendano posizione.
Intanto, al carcere di San Vittore a Milano, alle tre del pomeriggio una guardia entra nella cella del comandante della 101^ Brigata Garibaldi GAP Samuele Turconi, gli getta del cemento addosso e gli ordina di scendere in cortile e dirigersi verso il passo carraio. Il partigiano è convinto che la guardia voglia fargli un brutto scherzo e farlo fucilare dalle guardie tedesche piazzate sopra il cancello di piazza Filangeri. Invece Samuele viene fatto fuggire e torna a piedi a Legnano, giungendovi all’alba del 25 aprile, giusto in tempo per riprendere il suo posto di comando nella lotta armata.
Nel tardo pomeriggio un’altra staffetta porta a Legnano il contrordine: i fascisti hanno preso un’altra strada. Ma il comando è deciso: “Ormai siamo pronti. Non ci si ferma più!
Attorno alle dieci di sera un gruppo di garibaldini della 182^ attacca a Canegrate le “Cascinette” un posto di blocco dove era insediato un presidio tedesco con un’importante stazione radio. Lo scontro fu durissimo e si concluse con la morte di tre tedeschi ed il ferimento di altri quattro, tra cui due ufficiali. La stazione radio fu messa fuori uso, impedendo quindi ai tedeschi le comunicazioni.
Contemporaneamente 24 uomini della Carroccio comandati da Alberto Tagliaferri attaccano due posti di blocco tedeschi situati presso il casello dell’autostrada. Liberata la via attaccano la caserma di viale Cadorna. Era importante conquistare la caserma in quanto in essa vi era un arsenale di armi che sarebbero state utilissime ai partigiani, che di armi ne avevano sempre poche. Secondo un rapporto del 5 marzo 1945 di Bruno Meraviglia (Tenente Angelo) della Carroccio nella caserma si trovavano 30.000 fucili e moschetti, 50 cannoni di vario calibro, 500 armi automatiche (mitragliatrici e fucili mitragliatori) con abbondanti munizioni. La resistenza dei tedeschi è stata ostica e tra i partigiani ci sono stati due morti e 5 feriti.
A un certo punto i tedeschi hanno deciso di uscire dal passo carraio del retro e dirigersi in parte verso l’altra caserma presso il poligono di tiro nei pressi dell’autostrada da dove fanno partire una sparatoria per bloccare la strada agli insorti e in parte presso il loro comando nella palazzina della GIL (la Casa del Balilla) in via Milano.
Gli uomini di Tagliaferri prendono possesso della caserma e vi passano la notte.
La 17enne staffetta Piera Pattani un mese prima aveva lasciato il lavoro per aiutare ad organizzare l’insurrezione il comandante delle formazioni legnanesi 101^ e 182^ Brigata Garibaldi SAP, Mario Cozzi (detto “Pino”). Piera è ancora oggi emozionata: “Mi ricordo che la notte del 24 aprile c’è venuto il mio Comandante, m’ha detto “Piera, oggi è arrivato il momento!” Pensi che son partita da Legnano, sono andata a Gorla Maggiore. Da Gorla Maggiore, man mano che venivo in giù, Gorla Minore… e… si mettevan insieme tutti. Sono arrivata a Legnano, alle stanghe – che adesso han tirato via - … tutta la gente della Valle Olona! Tutti! Tutti son venuti giù perché il 25 aprile era arrivato!
25 aprile
Siamo al 25 aprile 1945. Alle prime ore del mattino i tedeschi tornano in forze dalla via Milano ed assediano i partigiani all’interno della caserma. A un certo punto i tedeschi ripiegano e si spostano verso la caserma vicino all’autostrada e da lì con automezzi ed il grosso del materiale bellico imboccano l’autostrada verso Busto, prendendo poi posizione presso la Cascina Olmina.
Nel frattempo, alle 7.00 i garibaldini conquistano la scuola Carducci, in cui si era insediato un gruppo di avieri fascisti. E’ l’unico episodio in cui le forze fasciste hanno reagito attaccando con un camioncino, una mitragliatrice pesante ed una dozzina di uomini armati di mitra. Muoiono due uomini delle Brigate Nere. La scuola diventa la caserma dei partigiani.
Intanto in chiesa a San Domenico arriva trafelata una staffetta che parla col don Carlo. Don Giuseppe Longoni ricorda: “Parlarono velocemente tra loro e vidi don Carlo, senza proferirmi parola, abbandonare precipitosamente la chiesa. Mi riferirono poi che si era recato in oratorio dove lo attendeva un gruppo di partigiani e che armato di fucile mitragliatore aveva inforcato la bicicletta per una destinazione che non conobbi”. Si sono recati alle carceri di San Martino di Legnano a liberare i prigionieri politici.
Alle 9.00 viene attaccata la caserma della RSI e dei Carabinieri in via dei Mille (attualmente la sede decentrata della Provincia di Milano) e viene conquistata. Vi si installa il quartier generale del CLN legnanese.
All’Olmina i partigiani garibaldini attaccano l’autocolonna tedesca che si è insediata presso il casello dell’autostrada. Dalla Caserma Carducci vengono inviati rinforzi ai due caselli dell’autostrada all’Olmina e anche alla Canazza, dove al comando dell’azzurro (della formazione cattolica Carroccio) Alberto Tagliaferri e del garibaldino Samuele Turconi, si continua a sparare. All’Olmina la sparatoria dura un’ora e mezza, finchè viene circondato un palazzo in cui si sono asserragliati i tedeschi. Questi sventolano una bandiera bianca. I partigiani si avvicinano e i tedeschi fanno fuoco uccidendo tre partigiani: Ermenegildo Monticelli, Ernesto Pinciroli, Luigi Ciapparelli. I tedeschi alla fine fuggono ma 2 rimangono uccisi e 6 vengono catturati ed i partigiani resistono a fatica alla tentazione di fucilarli sul posto per l’inganno. Si limitano a far fare loro tutta la via Barbara Melzi a calci nel fondoschiena.
La GIL è saldamente in mano ai tedeschi, il Comune ed il Palazzo Littorio in mano ai fascisti.
Alle 10.30 entrano nel palazzo del Comune solo tre esponenti della Resistenza (il funzionario comunale Franco Calcaterra, il dipendente della Franco Tosi Giuseppe Rigo e Stefano Ubezio). I tre vengono respinti dagli agenti di polizia comandati dal commissario Andrea Santini. Ai partigiani si unisce Anacleto Tenconi, che in base agli accordi già presi, sarebbe dovuto diventare il primo sindaco di Legnano libera.
In contemporanea arrivano verso Legnano due colonne motorizzate, una di tedeschi arriva dall’autostrada, una mista di tedeschi e fascisti dal Sempione. Quella sul Sempione viene rallentata dagli attacchi dei garibaldini della 101^ e 182^ a San Lorenzo, Cerro e San Vittore. A Legnano viene rafforzata la linea difensiva che va dalla caserma di viale Cadorna verso le officine Ranzi e Gianazza (all’incrocio con il Sempione) e su vialeToselli verso il Castello e la strada per Canegrate.
Gli scontri si accendevano furiosi in tutta Legnano. Annota mons. Virgilio Cappelletti “La popolazione gira rara e circospetta. Le finestre sono chiuse e dietro le griglie guardano occhi curiosi. Non si ha ancora l’idea esatta di ciò che sta succedendo”
I genitori e parenti vanno nelle scuole a riprendersi i bambini. Una maestra annota ”Assolutamente vogliono le bambine, perché sono arrivati i partigiani e più nessuno può circolare dopo le 11. Non mi oppongo perché vedo il ritorno degli operai e sento degli spari; in poco tempo rimango sola. Sono le undici: anch’io ritorno a casa”.
Qualcun altro sta ritornando a casa in quella mattina. E’ il feretro di Angelo Montagnoli, comandante della Brigate Nere legnanesi, morto durante un combattimento a Castellanza nel pomeriggio del 23 aprile. Erano previsti funerali solenni proprio per il giorno 25 aprile ed il corpo del Montagnoli era stato portato alla GIL, la casa del Balilla, da cui sarebbe partito il funerale. E’ invece partito un camioncino quasi di nascosto che ha portato il cadavere a casa Montagnoli e da lì al cimitero, per una veloce e molto intima benedizione, presente il Prevosto Mons. Cappelletti.
In tarda mattinata si arrendono i repubblichini di via Alberto da Giussano e della Caserma Resega di via Tosi. Anche la piscina è in mano ai partigiani.
Monsignor Cappelletti annota: “Ore 12.00. Mons. Prevosto si è portato nel rione dei Ss. Martiri per trasportare un altro ferito grave. E’ un fascista, le truppe partigiane non glielo consegnano” E’ ferito ad una gamba. Si tratta del capitano delle Brigate Nere Arturo Sesler, che verrà ricoverato in ospedale dai partigiani stessi. “I partigiani hanno occupato tutto il Sempione, l’Ospedale e i gangli vitali della città”.
Alla Canazza servono rinforzi e Mario Cozzi li manda a chiamare. Erano circa le ore 12.30. Sono partiti in 23 o 24 garibaldini dalla piazza di Gorla Maggiore con un camion della ditta Cerini di Castellanza. Avevano percorso circa un chilometro in direzione di Legnano, quando, in via Garibaldi a Gorla Minore, nei pressi della Cascina San Giulio, di fronte al cimitero, due aerei “Pippo”, Spitfire alleati, sorvolano a volo radente. I partigiani dal camion si sbracciano e sparano in aria per salutare. Il primo aereo si abbassa e mitraglia, centrando in pieno il camion: 13 morti, 8 feriti gravi o mutilati. Tra essi alcuni partigiani della 101^ GAP di Samuele Turconi. Il Tanèla (Carlo Scandroglio) e l’Angelino Pisani sono morti quel giorno, il Sandrino (Alessandro Montani) tre o quattro mesi dopo per le conseguenze: erano tra i più fidati amici di Samuele, autori con lui, in squadra formata da loro quattro, di innumerevoli audaci azioni contro i nazifascisti.
Su questo fatto si parlerà in paese, a Gorla Maggiore, per molti anni, tutti si chiesero, quale equivoco, può aver indotto un pilota amico a sparare su un gruppo di Patrioti esultanti. Il solo equivoco fu quello che ovunque, nelle città del nord, si combatteva ma i Comandi alleati seppero solo alle ore 20.00 del 25 aprile che l’Italia era insorta, quindi per Pippo quello era un camion nemico. Non dobbiamo dimenticare che Legnano è insorta per prima alla sera del 24 aprile, Busto con la Valle Olona è insorta alle ore 9.00 del 25 aprile 1945, mentre i primi movimenti insurrezionali in Milano vennero ordinati dal CLN a partire dalle ore 13.00 del 25 aprile e a Torino dall’1.00 del 26.
Verso le 14.00 di quel 25 aprile dopo trattative cedono le armi anche i repubblichini di Palazzo Littorio (l’attuale Palazzo Italia) e da lì i partigiani si spostano a dare manforte ai loro compagni in Comune dove sullo scalone si era accesa una furiosa sparatoria, testimoniata dai segni delle revolverate visibili fino a qualche anno fa. Anche il Comune passa nelle mani dei partigiani e Tenconi assume le funzioni di sindaco, indossa la fascia tricolore e si porta al Comando militare in via Dei Mille.
Nel primo pomeriggio i tedeschi dalla GIL si spostano verso il centro occupando temporaneamente piazza San Magno, nel tentativo di dividere la città e impedire le comunicazioni tra partigiani e comando. L’offensiva aveva un fondamento. Se Busto era in mano ai partigiani, Rho e Milano erano ancora saldamente in mano a fascisti e tedeschi ed era in marcia verso Legnano una colonna tedesca di rinforzo partita la mattina da Milano. I tedeschi della GIL questo lo sapevano. Un’altra cosa però non sapevano: alle 18.00 arriva alla caserma di via dei Mille, cioè al quartier generale dei partigiani, una inaspettata telefonata: “Gli attesi rinforzi sono alle porte di Legnano!”. La telefonata è stata fatta dai tedeschi della GIL che sapevano della colonna in arrivo ma non sapevano che in via dei Mille i fascisti si erano arresi ore prima.
Del resto uno degli ex-partigiani che frequentano l’ANPI legnanese mi ha detto che in quelle ore era tutto così convulso che non ci si capiva più niente. Né da parte partigiana né a quanto pare nemmeno da parte tedesca.
Di lì a poco iniziarono violenti gli scontri lungo la linea difensiva partigiana di viale Cadorna. La conquista delle varie caserme aveva dotato i partigiani di numerose armi e delle mitragliatrici erano state piazzate anche sui tetti. I partigiani resistettero ai tedeschi, i quali furono costretti a rifugiarsi nelle varie fabbriche della zona. Ma si sparava ancora anche alla caserma all’entrata dell’autostrada. E’ in questo contesto che è stato ferito il comandante della Carroccio Alberto Tagliaferri, nei pressi del sanatorio.
Nella sera i tedeschi alla GIL accettano di iniziare le trattative con il comandante della Carroccio Bruno Meraviglia in tarda serata si arrendono.
Da Milano, dove si è diffusa la notizia della reazione avvenuta nel legnanese, colonne di nazisti e fascisti partono per andare in aiuto dei loro compagni e imboccano gli uni l'autostrada dei Laghi, gli altri il Sempione, ma verranno fermati a Rho, dove inizierà uno scontro molto violento.
I combattimenti continuano tra Legnano e San Vittore Olona, all’altezza del calzaturificio Ecclesia, di fronte alla ditta Gianazza, all’incrocio Sempione-Toselli, e si trasformano in una guerriglia di posizione che si protrae fino a notte inoltrata.
Il 25 aprile si chiude con una situazione molto favorevole ai partigiani legnanesi, tuttavia vi sono ancora ingenti forze naziste all’entrata dell’autostrada e soprattutto all’incrocio Sempione-Toselli. E forti gruppi di fascisti sono affluiti a San Vittore.
Renata Pasquetto e Giancarlo Restelli

Per saperne di più
Maggiori particolari e fotografie a questo link:
https://drive.google.com/file/d/0B2oiTbuM9ihjbjdXczR3R3pPam8/view?usp=sharing 
Documenti del Fondo Cozzi e del Comune di Legnano a questo link:https://drive.google.com/file/d/0B2oiTbuM9ihjS3hvbGpuMDgtbkk/view?usp=sharing
Le tombe dei partigiani legnanesi: https://youtu.be/W50oulSj5cA