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giovedì 20 agosto 2015

Così maturò la scelta partigiana di Bollini

Polis: "Così maturò la scelta partigiana di Bollini"

TRATTO DA http://www.legnanonews.com/news/1/50810/polis_cosi_maturo_la_scelta_partigiana_di_bollini_

La testimonianza del 90enne Zeffiro che conobbe il giovane “ribelle per amore”, ucciso dai fascisti nel 1945 a Traffiume di Cannobio è stata così pubblicato sull'ultimo numero della rivista Polis

Zeffiro Zanchi ha compiuto 90 anni a dicembre scorso. Tecnico per tanti anni alla “Franco Tosi”, vi entra attraverso i corsi professionali; terzogenito e primo maschio di nove figli, tutti nati a Legnano. Ma la famiglia proviene da Nembro, paesino vicino a Bergamo, dove conserva ancora qualche lontano cugino. Insistendo un po’, racconta a Polis Legnano qualche episodio del periodo della guerra, nonché la sua esperienza di appoggio ai partigiani.
E poi parla della sua conoscenza di Giuseppe Bollini, legnanese, partigiano trucidato dai fascisti a 23 anni, all’inizio del 1945 (di recente il concittadino Giorgio Vecchio, storico dell’Università di Parma, ha dato alle stampe il libro Vita e morte di un partigiano cristiano. Giuseppe Bollini e i giovani dell’Azione cattolica nella Resistenza, editrice In Dialogo). Non mancano nelle parole di Zeffiro taluni episodi salienti di quel difficile periodo.
Ricorda come si è avvicinato all’esperienza partigiana? «Furono due le persone che mi permisero di entrare in contatto con i partigiani: una mia zia paterna e don Carlo Riva, coadiutore all’oratorio di San Domenico; a casa della prima passavo spesso all’uscita del lavoro, dove conobbi proprio Giuseppe Bollini, di un paio d’anni maggiore di me. In maniera molto discreta – tanto che solo dopo molti anni, ripensandoci, mi sono reso conto del suo ruolo di collegamento e di trasmissione di informazioni – la zia ci avvisava dei luoghi o delle occasioni nella quali vi sarebbero state incursioni fasciste e come evitare di trovarcisi. Si creavano inoltre occasioni nelle quali, sempre a casa sua, ci si incontrava con altri antifascisti, discutendo e scambiando opinioni».
E don Carlo? «Partecipavo, insieme ad altri adulti – io ero il più giovane – ad alcuni incontri di formazione politica presso la parrocchia; lo scopo era formarci perché potessimo essere pronti, una volta conclusa la guerra, a entrare a far parte degli organismi di governo della città. Relatore di questi incontri era Aldo Colombo, che divenne in seguito il primo presidente delle Acli di Legnano. Fu poi don Carlo a inviarmi, insieme a un altro adulto del gruppo, a ritirare le armi che erano nascoste in una ditta di Legnano, il cui proprietario era uno dei principali capi della resistenza legnanese. Ricordo quell’episodio con molta commozione, sia per la fiducia accordatami sia per il timore e la paura di vedere tutte quelle armi con le quali, ovviamente, non avevo alcuna dimestichezza».
Quali altri contatti aveva con i partigiani? «All’interno della Franco Tosi si organizzavano viaggi verso l’Ossola per portare indumenti e cibo a chi vi si era rifugiato. Partecipai più volte a questi viaggi; a casa riferivo che avrei avuto impegni di lavoro e dovevo recarmi fuori città con il mio capoufficio. A fornirci il materiale erano persone di Legnano, mentre i mezzi di trasporto, camioncini e macchine, venivano da alcuni imprenditori».
In famiglia dunque non sapevano del suo impegno? «In famiglia lavoravamo solo io e mia sorella, e, con il papà invalido, costituivamo il sostegno per tutti i nostri fratelli. Non potevo dunque permettermi di porli in condizioni di rischio. Poiché io disertavo i corsi settimanali premilitari, venne convocata mia madre dal responsabile del personale della Tosi per eventuali gravi sanzioni nei miei riguardi. Mi salvò la moglie di un gerarca fascista, in amicizia con mia madre, avvisandola del potenziale pericolo che avrei potuto correre».
Cosa poteva indurre un ragazzo giovane come lei a contrastare tedeschi e fascisti?«L’arroganza e la violenza non potevano essere accettate. Ricordo in proposito un episodio, che secondo me fu determinante per Giuseppe Bollini e la sua entrata nelle brigate partigiane. La domenica, all’uscita dalla messa di San Magno, accadde diverse volte che i fascisti sequestrassero alcune persone, perlopiù note per il loro antifascismo, per portarle dentro Palazzo Malinverni e sottoporle a pestaggi e olio di ricino. Giuseppe assistette a uno di questi episodi e ne fu profondamente colpito; ne parlammo proprio a casa della zia e lui mi riferì di non poter accettare queste cose. Poche settimane dopo, anche per sfuggire all’arruolamento, partiva per la Valgrande. E sarebbe diventato un martire della libertà».
Anna Pavan

Pubblicato mercoledì 19 agosto 2015 

domenica 10 maggio 2015

Il cippo in memoria del dott. Ezio Tornadù, di don Francesco Cavallini e di don Carlo Riva, esponenti della Resistenza legnanese.

25 aprile 2014, Cimitero Monumentale di Legnano, Campo dei Partigiani: scoperto un cippo in memoria del dott. Ezio Tornadù, di don Francesco Cavallini e di don Carlo Riva, esponenti della Resistenza legnanese.


Da sinistra il partigiano della Carroccio Achille Carnevali, il presidente ANPI Legnano Luigi Botta, il sindaco di Legnano Alberto Centinaio e la partigiana della 182^ Brigata Garibaldi SAP Piera Pattani

tratto da
http://www.legnanonews.com/news/1/37475/25_aprile_legnanesi_in_guerra_partigiani_fascisti_resistenti

DOTT. EZIO TORNADU’
La Farmacia della Stazione, in via Liberazione 2, iniziò la sua attività nel 1905 e attorno agli anni ’30 il dott. Ezio Tornadù ne divenne titolare.
Spesso il dottore si faceva aiutare a confezionare i famosi “cachet” dai ragazzi del vicino cortile Nava, ora scomparso per far posto al sottopasso e di cui rimangono solo una parte delle abitazioni, con le caratteristiche ringhiere, sul lato vicino alla stazione.
All’armistizio dell’8 settembre 1943 ed il conseguente inizio della Resistenza il dott. Tornadù non ebbe dubbi sulla parte da cui stare.
Anacleto Tenconi (il primo sindaco di Legnano liberata) nel suo “Rapsodia in tono minore” ricorda il primo incontro ufficiale tra la Resistenza legnanese di orientamento cattolico, rappresentata in quell’occasione dallo stesso Tenconi e da Neutralio Frascoli, e quella di orientamento comunista, rappresentata dall’Organizzazione dei fratelli Venegoni ed in particolare quella sera da Guido Venegoni e Arturo Fusetti. La Resistenza a Legnano operò fin d’allora in modo collaborativo ed il dott. Tornadù fornì aiuti materiali, bende, medicinali, unguenti, cicatrizzanti, disinfettanti per i partigiani di città e per quelli di montagna, tramite staffette che portavano il materiale medico al ponte di Marnate, all’imbocco della Valle Olona, dove si faceva trovare qualche partigiano delle formazioni di montagna, con una mezza lira di carta che doveva combaciare con la mezza lira in possesso della staffetta, come riconoscimento.
Talvolta al ponte di Marnate scendeva qualche partigiano malato, la staffetta volava in bicicletta alla Farmacia della Stazione, spiegava i sintomi al dott. Tornadù e tornava dal partigiano con i medicinali adatti.
Ma il dott. Ezio Tornadù non si limitava a questo: andava lui stesso nelle case in cui venivano ricoverati i partigiani malati o feriti per curarli.
Un episodio rimasto nella memoria storica di Legnano è legato a Samuele Turconi, nome di battaglia “Sandro”, comandante della 101^ Brigata Garibaldi “Giovanni Novara” GAP della Mazzafame, ferito molto gravemente durante lo scontro avvenuto il 21 giugno 1944 alla Cascina Mazzafame, quando, in seguito ad una delazione, 250-300 fascisti da Busto Arsizio piombarono su una quindicina di partigiani ivi radunati. Samuele Turconi venne ferito due volte, catturato, portato all’ospedale di Busto ed operato d’urgenza. Verso l’8-10 luglio Angelo Montagnoli, capo delle Brigate Nere di Legnano, gli preannunciò la fucilazione in piazza per l’indomani mattina ma con un’azione da commando armato quattro partigiani, tra cui Guido e Mauro Venegoni, riuscirono alle dieci di sera a portarlo in salvo presso la casa della staffetta Angela Allogisi in Grassini, in via Novara a Legnano. Pochi minuti più tardi il dott. Tornadù si presentò a casa dell’Allogisi per prestare le prime cure a Samuele Turconi che si stava dissanguando in quanto le ferite e i tagli dell’operazione non erano minimamente rimarginati. Il dott. Tornadù finì di medicarlo alle due di notte ma attese l’alba per evitare di incappare nelle pattuglie che cercavano il Turconi in tutta Legnano. Per i successivi dieci giorni, finchè il Turconi non dovette essere spostato altrove, il dott. Ezio Tornadù si presentò per le medicazioni tutti i pomeriggi, con grande rischio per la sua incolumità. Nel migliore dei casi era la deportazione in un lager, più spesso l’interrogatorio, la tortura e la fucilazione.
Fino al 1973 il dott. Tornadù rimase titolare della Farmacia, poi ne cedette la titolarità al cognato, dott. Felice Vitali, che nel 1987 la passò al figlio dott. Lorenzo Vitali, ex sindaco di Legnano.

DON FRANCESCO CAVALLINI
Don Francesco Cavallini dal 1° settembre 1926 era assistente dell’oratorio e coadiutore nella Parrocchia dei SS. Martiri, che allora comprendeva tutto l’Oltrestazione.
Il 27 giugno 1944 Renzo Vignati (19 anni) e Dino Garavaglia (18 anni), entrambi partigiani della 101^ Brigata Garibaldi “Giovanni Novara” SAP, vennero mortalmente feriti durante un tentativo di disarmo cui seguì uno scontro con preponderanti forze fasciste al ponte di San Bernardino. I due partigiani vennero ricoverati all’Ospedale di Legnano ma non sopravvissero. Il 4 luglio le Autorità diedero, controvoglia, l’autorizzazione a funerali privati. Si presentò invece una gran folla con numerose corone di fiori. Don Cavallini fece appena in tempo a benedire le bare che i fascisti le presero per portarle via.
Francesco Crespi, allora 17enne partigiano della 101^ GAP, raccontò nell’intervista, riportata nel libro “Giorni di Guerra” (di Giorgio Vecchio, Nicoletta Bigatti e Alberto Centinaio), come andarono le cose: «arriva il prete (don Francesco Cavallini) e dà la benedizione ai morti; poi arrivano i fascisti, prendono le casse e fanno per portarle via. Don Francesco li ferma e dice: “questi ragazzi li ho battezzati in Chiesa e in Chiesa devono venire”. Allora ci facciamo avanti in otto o dieci, prendiamo le bare e le portiamo in Chiesa. All’uscita vediamo che i fascisti hanno messo le mitragliatrici sul piazzale. Don Francesco si mette davanti, fa uscire le donne, poi tutti assieme andiamo al cimitero, guardati a vista dai fascisti. Questo fatto mi ha colpito molto, perché nessuno, ne’ il prete ne’ la popolazione che ha partecipato al funerale hanno avuto paura dei fascisti e delle loro mitragliatrici.»
Arrivati al cimitero, terminate le esequie, Francesco Crespi e gli altri che avevano portato le bare dovettero fuggire saltando il muro di cinta, inseguiti dai fascisti. Don Francesco Cavallini invece poté tornare indisturbato alla canonica. Per quel giorno l’aveva avuta vinta lui.
Ma una settimana dopo i brigatisti neri della Aldo Resega arrestarono don Francesco e lo rinchiusero nel carcere di San Vittore a Milano. Venne liberato solo il 25 aprile 1945.
Rimarrà in Parrocchia sino al 19 settembre 1948, quando prenderà possesso della Prevostura di S. Stefano in Segrate.

DON CARLO RIVA
“Nella mia parrocchia l’Azione cattolica era davvero di casa. Almeno la Giac – ovvero i Giovani – aveva una tradizione pluridecennale ed era stata per anni sotto le cure dell’assistente don Carlo Riva, un prete fegatoso che aveva davvero fatto la Resistenza, non disdegnando (così mi hanno raccontato testimoni oculari) di farsi vedere in giro, nei giorni dell’aprile ’45, con un mitra a tracolla. Del resto era stato membro importante del CLN legnanese e aveva concesso il soffitto della cappella dell’oratorio per nascondervi armi e munizioni” scrive Giorgio Vecchio nel libro a carattere autobiografico “Quelle sere in via sant’Antonio”.
Don Carlo era nato il 10 maggio 1914 a S. Maria Hoè, un paese della zona montuosa della Brianza. Ordinato sacerdote a 23 anni, dal 22 maggio 1937 don Carlo divenne il coadiutore nella Parrocchia legnanese di San Domenico. La sua missione era rivolta principalmente ai giovani, che invitava con entusiasmo a “vincere quel nervosismo che ci prende talvolta facendoci dimenticare anche i nostri doveri spirituali” e li esortava “a pregare molto”. Don Carlo seguiva l’Azione Cattolica, in tre anni il numero di iscritti alla GIAC era più che raddoppiato ma egli non era soddisfatto dello stato dell’associazione, stato che, in uno scritto del 4 marzo 1941, giudica “abbastanza deplorevole in confronto a qualche anno fa, sia per l’attività materiale, e più per l’assenza o quasi di vita spirituale nei singoli soci”.
Dopo lo scoppio della guerra don Carlo Riva esorta i suoi ragazzi a pregare “affinché la pace ridivenga stabile fra le nazioni”. Dopo l’8 settembre 1943 si trova ad assumere un ruolo di eccezionale delicatezza e rilevanza non solo per la Parrocchia di San Domenico ma per tutto l’Altomilanese, per la sua scelta di antifascismo e di Resistenza. Si tratta di una Resistenza di impronta cattolica, che ripudia gesti di violenza gratuita, tende più che altro a salvare, a nascondere e far fuggire verso le formazioni di partigiani di montagna o la Svizzera ebrei, renitenti alla leva o antifascisti in pericolo. Le attività in pianura si limitano a raccogliere armi, viveri, vestiario per i partigiani di montagna, per le formazioni cattoliche del Raggruppamento Divisioni Patrioti “Alfredo Di Dio”, attivo nell’Ossola e nelle valli circostanti. Per queste attività don Carlo collabora anche con le formazioni partigiane legnanesi di impronta comunista, la 101^ Brigata Garibaldi “Giovanni Novara” e dalla fine del 1944 la 182^ Brigata Garibaldi “Mauro Venegoni”, formatasi per scorporo della 101^ troppo numerosa. In particolare ebbe rapporti diretti con Giovanni Brandazzi, plenipotenziario del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) per la nostra zona.
Molti ricordano don Carlo in quegli anni come consigliere dei giovani, sollecitatore di vocazioni partigiane, punto di raccolta e smistamento di informazioni, di segreti militari, di documenti e persino di armi, che venivano nascoste nell’oratorio di San Domenico, in via Cavour 6, nel sottotetto della cappella a cui si accedeva con una certa difficoltà dal sottotetto dell’attiguo salone del cinema e teatro.
Don Carlo faceva anche politica, fino a rappresentare la neonata DC (Democrazia Cristiana) nel CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) di Legnano, prendendo contatto con i capi partigiani della zona come Alberto Tagliaferri e Bruno Meraviglia (Tenente Angelo). È in casa di don Carlo che ha avuto luogo l’incontro decisivo per la costituzione della Brigata “Carroccio” con la partecipazione di Anacleto Tenconi (Pacelli), Neutralio Frascoli (Temistocle), Elio Strobino (Sigma), Giovanni Parolo (Santamaria).
Don Carlo sosteneva anche la stampa clandestina, “La Martinella”, diretta da Anacleto Tenconi, stampata clandestinamente presso la parrocchia di Pogliano Milanese e distribuita grazie ad una rete di staffette in bicicletta. Aveva l’incarico di commissario e di cappellano della Brigata Carroccio.
Tutte queste attività attirarono l’attenzione dei fascisti, i quali tuttavia non riuscirono mai ad avere le prove per arrestarlo per più di qualche ora. Anche l’8 novembre 1944, in seguito all’attentato esplosivo all’Albergo Mantegazza, portato a termine da Samuele Turconi (detto “Sandro”, comandante della 101^ Brigata Garibaldi GAP) e Giuseppe Marinoni (detto ”Costa-Negri”, comandante della 101^ SAP), don Carlo venne fermato, portato alla sede della Polizia fascista al “Circul di sciuri” in via Alberto da Giussano (dove adesso c’è il bingo) ma venne semplicemente interrogato, senza subire le percosse e le torture a cui erano destinati i partigiani nelle cantine a cui si accedeva da una botola, e venne quasi subito rilasciato. In altre situazioni, tuttavia, don Carlo crederà più opportuno allontanarsi per qualche giorno da Legnano e vivere alla macchia con i suoi uomini.
Nel “Liber chronicus” della Parrocchia di Pogliano Milanese nel gennaio del 1945 si cita don Carlo, in occasione della fuga da Legnano di Guido Palmieri (Nino), delle formazioni partigiane cattoliche, ormai scoperto e a forte rischio di arresto. Il Palmieri viene nascosto presso la Cascina Impero dai signori Goegan, agricoltori ed affittuari. «Il 22 febbraio il giovane veniva rilevato in automobile da Don Carlo Riva di S. Domenico di Legnano - anima del movimento partigiano di Legnano - e passato alle formazioni partigiane della Valle del Toce della Democrazia Cristiana».
Intanto don Carlo e altri preti, come don Ettore Passamonti di Legnanello,tra cui lo stesso mons. Virgilio Cappelletti, pensano al futuro e organizzano incontri più o meno clandestini, spesso camuffati da ritiri spirituali, per discutere dei radiomessaggi di Pio XII sulla dottrina sociale della Chiesa e sulla democrazia: ci si ritrova in casa dello stesso prevosto di San Magno, oppure presso i frati di Cerro Maggiore, o ancora all’asilo De Angeli Frua in via Venezia a Legnano.
Il 27 aprile 1945 in una sala del Palazzo Italia (ex Littorio, all’angolo tra la via Gilardelli e la via Matteotti, di fronte al Municipio) le forze partigiane si uniscono: nasce a Legnano la “Divisione Mauri”, formata dalle due Brigate Garibaldi 101^ e 182^, rappresentate dal loro comandante Mario Cozzi (Pino), e dalla Brigata del Popolo “Carroccio”, rappresentata dal don Carlo Riva. Potete trovare tutti i particolari nella testimonianza di Mario Cozzi in “Due inverni un’estate e la rossa primavera. Le Brigate Garibaldi a Milano e provincia 1943-1945” di Luigi Borgomaneri, a pagg. 382-384 dell’edizione 1985.
Nell’immediato dopoguerra don Carlo si diede da fare per attirare maggiormente i giovani verso l’Azione Cattolica e la Democrazia Cristiana e organizzò un campeggio estivo per giovani, recuperando materiale lasciato dagli americani, una tradizione che continuò poi negli anni.
Nel 1962 don Carlo Riva lasciò Legnano per diventare Parroco a Bareggio. Morì nel 1990.

venerdì 24 aprile 2015

Legnano 25 Aprile: i giorni della Liberazione - 2° parte

http://www.legnanonews.com/news/1/47671/25_aprile_i_giorni_dopo_la_liberazione




Legnano, 25 aprile ‘45I giorni della Liberazione

26 aprile
All’alba del 26 aprile 1945 il comando partigiano decide di forzare la situazione e per prima cosa attacca e sbaraglia il presidio alla caserma secondaria nei pressi del casello dell’autostrada.
All’incrocio Cadorna-Sempione-Toselli arriva una colonna di tedeschi. La lotta è dura ma la colonna viene fermata con anche l’aiuto di numerosi operai venuti in appoggio ai partigiani.
E’ in questo contesto che perde la vita il giovane partigiano della Carroccio Marcello Colombo. I tedeschi stavano per arrendersi quando uno sparo lontano viene interpretato da entrambe le parti come un inganno del nemico e si ricomincia a sparare in una confusione terribile. Marcello si rifugia nel cortile della ditta Mocchetti e dopo un’ora imprudentemente si affaccia in strada. Viene centrato alla fronte e muore sul colpo. Non è l’unico a morire. Una targa all’incrocio Cadorna-Sempione ricorda l’episodio e i caduti.
Alle 10.00 la colonna si arrende: era costituita da un autoblindo, un autocarro con cannoncino, due camion sei auto militari e 70 uomini.
Verso le 11 arrivano dall’autostrada due mezzi corazzati tedeschi che scortano un camion con la truppa e puntano verso il centro di Legnano. Un nuovo scontro a fuoco lascia sul campo tre partigiani morti e numerosi feriti. I tedeschi però fuggono, rientrano in autostrada e si dirigono verso sud.
Monsignor Cappelletti annota. “Ore 13. Si ha notizia che Milano è in potere del Comitato di Liberazione Nazionale. Legnano è imbandierata. E’ giorno di festa”.
Il resto della giornata passa tuttavia in un clima di tensione continua tra segnalazioni di gruppi autotrasportati in movimento.

27 aprile
Il 27 aprile a Legnano si spara ancora e in una sala di Palazzo Italia nasce il comando unificato della Divisione Mauri. Mario Cozzi, comandante della 101^ e 182^ Brigata Garibaldi, ricorda: “Avevo visto l’insurrezione nascere e mi ero preoccupato di quella. Ma a un certo punto mi sono preoccupato dei garibaldini, che rischiavano di essere quasi niente quando, invece, avevano fatto tutto loro. Il mio compito sarebbe stato quello di difendere i garibaldini e di non far emergere formazioni che non avevano fatto niente. La Carroccio era emersa immediatamente. Aveva preso tutti i camions, tutta la roba che lei poteva se la prendeva…”.
Quindi la Carroccio era nata militarmente solo nei giorni immediatamente precedenti l’insurrezione e ora sembrava pretendere un ruolo politico-militare che non era giustificato.
Quel 27 aprile Cozzi andò due volte alla sede del comando: una prima volta per avere uomini da utilizzare nei combattimenti che non accennavano a spegnersi in città, la seconda volta per definire i ruoli del comando unificato.
Per riuscire ad entrare a Palazzo Italia e per essere ascoltato dai dirigenti della Carroccio, Cozzi si presentò armato di mitra e con atteggiamenti minacciosi: “Fatto è che vado dentro dal Tinelli. C’era il Tinelli, il Pensotti e il prete, don Carlo. Il tenente Angelo non c’era. Gli ho detto “Qui io conosco solo il prete, don Carlo. Voi non so nemmeno che esistete. Ma qui, adesso, voi cosa state facendo?! Noi abbiamo fatto tutto, noi stiamo combattendo e voi, qui, state assumendo il comando di tutto. Qui bisogna mettersi d’accordo… Se voi vi mettete d’accordo con noi, bene, altrimenti io vi disarmo tutti e vi porto via tutti i mezzi. E se poi voi non reagite, vi mando a casa, se reagite faremo la discussione e vi allungo giù per terra anche voi…”
Ci siamo messi d’accordo! Da questo momento, siccome io ho due formazioni, la 101esima e la 182esima, mi prendo la responsabilità e divento il responsabile di zona. Siamo d’accordo?…. Voi sarete anche commissari, quello che volete, e allora così andiamo bene. Se no vi disarmo e…” “
A distanza di anni Cozzi commenterà: “Ecco, è nata lì la formazione unificata del comando. Non è stata tanto amichevole la situazione. Han dovuto accettarla”.

28 aprile
28 aprile 1945. Ore 5 di mattina. Sono diverse le testimonianze.
Samuele Turconi, comandante della 101^ Brigata Garibaldi GAP – “Ma non tutto era ancora finito. Arrivò da una staffetta la notizia che una colonna di tedeschi proveniente da Oleggio si dirigeva su Busto Arsizio. Partii immediatamente con altri partigiani con l’intento di recarci al più presto nella zona e per intercettare la colonna”
Un testimone – “Già all'alba del 28 aprile si udivano in lontananza spari e cupi rimbombi. La colonna era imponente e faceva paura...c'erano centinaia di automezzi, carri e autocarri di munizioni e di viveri, militari in assetto da guerra, mitragliatrici, contraerea, lanciarazzi e bombe a mano. La colonna avanzava lentamente, sparando a casaccio, da lontano e in alto, diversi colpi...
Samuele Turconi – “Ci attestammo in una cascina sulla strada che entrava in Busto. Corno Alberto e Bigatelli piazzarono una mitragliatrice Breda, pronti a far fuoco all’apparire dei tedeschi.”
Luciano Vignati (Claudio), comandante di zona della Alfredo Di Dio – “Un pugno di uomini su un camion con una mitragliera a quattro canne è davanti all’avversario. Una raffica. Il Comandante scende dal camion e intima l’alt. “Noi volere passare!” “Ho l’ordine del mio comandante di non lasciare passare nessuno” è la risposta. La colonna si arresta.”
Samuele Turconi – “I tedeschi si fermarono a circa 200 metri da noi dopo che gli sparammo contro una raffica di mitra. Subito dopo cominciò la trattativa tra due ufficiali tedeschi e l’ufficiale italiano. Poi arrivarono in seguito Marcora con un gruppo di altri partigiani ed un ufficiale d’artiglieria dell’esercito. La trattativa proseguì sino verso le undici quando fummo sorvolati da un trimotore con le insegne tedesche cancellate. Secondo il mio amico Cozzi era il capitano Marcati che sorvolava la zona”.
Intanto stavano arrivando da nord anche le formazioni garibaldine piemontesi del leggendario Cino Moscatelli, dirette a Milano. Tra loro, di ritorno, il nostro legnanese Arno Covini.
Samuele Turconi – “A quel punto il comandante tedesco si decise ad accettare la resa ed a rinunciare a proseguire per la via del Brennero. Fu una fortuna perché erano ancora ben armati e se avessero voluto combattere sarebbero stati per noi guai seri. … Dopo pochi attimi ed improvvisamente [il comandante] si suicidò sparandosi alla tempia con la pistola d’ordinanza”.
Adesso era veramente finita.

29 aprile
Adesso era veramente finita. Legnano era libera!
I proclami bilingue non erano più in tedesco ma in inglese e si stava tornando lentamente alla normalità.
Adesso era il momento di pensare ai tanti feriti e ai caduti per la libertà, nel periodo clandestino o per la Liberazione, di pensare ai funerali.
Il 29 aprile alle 14.00 si svolge il funerale solenne dei 14 morti del 25 e 26 aprile con le bare portate a spalla e la partecipazione di persone anche dai paesi vicini: Aldo Branca, Luigi Ciapparelli, Gaetano Colombo, Marcello Colombo, Paolo Guidi, Amleto Mancinelli, Ermenegildo Monticelli, Oreste Parravicini, Ernesto Pinciroli, Gaetano Ripamonti, Riziero Terracchini, Ugo Vedani, Riccardo Vignati, Mario Zoni.
Il 1° maggio dalla caserma partigiana Carducci parte il funerale del vice-comandante della 101^ Brigata Garibaldi GAP Giuseppe Rossato, il cui corpo era stato recuperato in quei giorni dal cimitero di Musocco a Milano dalla fossa comune in cui era stato gettato dopo la fucilazione al Campo Giuriati del 14 gennaio 1945.
Verso il 9 o 10 maggio da via Milano parte il funerale di Giuseppe Bollini, fucilato l’8 febbraio a Cannobio, e di altri 3 partigiani.
Il 25 ottobre il funerale solenne di Mauro Venegoni.
E’ il momento di consegnare le armi, di smobilitare. Parecchi proclami conservati nell’archivio comunale lo testimoniano.
Il 19 maggio “Viene decisa la partenza per Bolzano di un autopulmann e di un camion…” E’ infatti il momento anche di pensare a recuperare i deportati di Legnano e di assisterli, “La composizione del pacco/tipo unico per tutti indistintamente è così definita: 1 vestito nuovo confezionato, 1 paio mutande, 1 camicia, 1 canottiera, 2 fazzoletti, 1 paio scarpe, 1 paio calze.” Viene costituito un Comitato per l’assistenza. Pensate all’estrema miseria di chi ha bisogno di un paio di mutande ecc perché ha nemmeno quello.
Il 10 maggio viene a Legnano il generale Raffaele Cadorna che visita la caserma Carducci, i cui comandanti sono Enzo Zanchi, Arno Covini e Samuele Turconi, e in piazza San Magno consegna una piccola somma in denaro alle famiglie dei partigiani caduti.
Ma è anche il momento della gioia. Ricorda la staffetta partigiana Iole Legnani “E la gioia che ho provato, perché siamo entrati in questo Comune che allora… c’erano dentro tutti fascisti… siamo saliti sulla scala, hanno aperto il balcone, quello che guarda sul Palazzo Italia. C’erano tutte le bandiere. Tutta la gente. Piena. E lì mi cominciava a venir freddo. Poi d’un tratto arriva la banda che suona. Ho pianto… le lacrime dagli occhi mi venivan giù… E giù c’era il Gasparini: mi dice “Perché piangi? Non sei contenta?” “Piango dalla felicità!” Proprio una cosa mai provata nella mia vita, vedere tutta ‘sta gente che esultava. Insomma una cosa molto bella, molto bella”.
Ora si può sfilare per le vie di Legnano e parlare apertamente a quelle persone per le quali si era combattuto: il primo comizio di Carlo Venegoni è rimasto nella memoria di tanti, affacciato al balcone sopra la Farmacia Centrale in piazza San Magno.
Era il momento per gli americani di andare gratis in piscina e per i ragazzini dell’oratorio di andare in campeggio con le tende abbandonate dagli americani e recuperate dal Don Carlo. E di trovare tutte le occasioni per ballare pubblicamente, nonostante i vari parroci tuonassero dai pulpiti contro la “ballomania”.

Renata Pasquetto e Giancarlo Restelli

Per saperne di più
Maggiori particolari e fotografie a questo link:
Documenti del Fondo Cozzi e del Comune di Legnano a questo link:https://drive.google.com/file/d/0B2oiTbuM9ihjS3hvbGpuMDgtbkk/view?usp=sharing
Le tombe dei partigiani legnanesi: https://youtu.be/W50oulSj5cA

giovedì 23 aprile 2015

Legnano 25 Aprile: i giorni della Liberazione - 1° parte



25 Aprile: i giorni della Liberazione


Legnano, 25 Aprile 1945
I giorni della Liberazione

I fratelli Venegoni
Il 1945 a Legnano è iniziato disastrosamente per quanto riguarda la Resistenza. Infatti tutti i principali protagonisti erano stati catturati, incarcerati, inviati nel lager, fucilati o costretti a continuare la loro lotta altrove.
Dei quattro fratelli Venegoni, i principali animatori dell’antifascismo e della Resistenza in tutta la valle Olona, nessuno era più a Legnano nel 1945.
Il primo a cadere nelle mani dei fascisti era stato Guido, a luglio ’44, arrestato per aver diffuso nelle fabbriche “La Guardia rossa”, uno dei giornali clandestini stampato dal loro gruppo autonomo.
Il 5 agosto viene arrestato il fratello Pierino, portato alla famigerata caserma della Muti di via Rovello a Milano, tristemente famosa. Pierino ha resistito a dieci giorni di terribili torture senza aprire bocca e verrà inviato in Germania nel campo di lavoro di Jikdorf, da dove riuscirà a fuggire solo gli ultimi giorni di guerra.
Il 28 agosto 1944 è arrestato anche Carlo, sorpreso in una tipografia di Milano dove stava preparando una nuova edizione dell’Unità clandestina: viene portato al carcere di San Vittore a Milano e da lì, il 7 settembre, internato nel campo di prigionia di Bolzano-Gries. Lì, nel lager, Carlo organizza con Ada Buffulini che diventerà sua moglie, ed altri un comitato di Resistenza interna. Rimane in contatto clandestinamente con gli amici di Legnano e con loro organizza la propria fuga.
Il 29 ottobre Carlo riesce ad incontrarsi col fratello Mauro, in un recapito a Milano in Corso Buenos Aires 1. Sarà l’ultima volta che si vedono. Mauro deve fuggire e decide di tornare verso Legnano e Busto. Casualmente, il giorno successivo, il 30 ottobre, Mauro viene arrestato e condotto alla caserma della Brigata Nera di Busto Arsizio, ma ha con sé documenti falsi. Viene interrogato e anche torturato ma a un certo punto uno lo riconosce per quello che è, il Mauro Venegoni che da tempo vorrebbero avere fra le mani: per lui è finita. Lungamente e orribilmente torturato, Mauro non dice una parola. La notte del 31 ottobre lo scaraventeranno lungo la strada per Cassano Magnago e lo finiranno con due colpi alla nuca. A Mauro verrà conferita una medaglia d’oro alla memoria.
Guido era riuscito a fuggire ma l’11 novembre viene nuovamente arrestato a Vimercate. Aveva documenti falsi ma è stato riconosciuto. Il Montagnoli, capo delle Brigate Nere di Legnano lo ha prelevato: avevano già approntato tutto per la fucilazione pubblica di Guido in piazza San Magno a Legnano ma non hanno potuto portarla a termine: l’ondata di sdegno per la morte di Mauro è stata tale che gli stessi componenti del plotone di esecuzione non hanno avuto il coraggio di sparare. Guido Venegoni riesce poi rocambolescamente a fuggire e continua la lotta al comando della sua 181^ Brigata Garibaldi, nel cuneese.
Carlo Venegoni, braccato dai fascisti, a novembre viene inviato dal Partito a Genova come responsabile delle SAP di Genova Centro e continua lì la sua lotta.
Altri partigiani di Legnano avevano dovuto fuggire e continuare altrove la loro lotta.
Samuele Turconi
Anche i partigiani di città vengono rastrellati. Legnano non è una Repubblica partigiana, è lontana dalle montagne ma i partigiani di Legnano aiutano quelli di montagna, recuperano e inviano loro armi, medicinali, soldi e viveri, fanno deragliare i treni merci per bloccare la circolazione, a novembre la 101^ Brigata Garibaldi di Samuele Turconi fa deragliare un treno di repubblichini della divisione Monte Rosa in viaggio verso la Val d’Ossola per un rastrellamento. I partigiani di Legnano danno fastidio, molto fastidio. I nazifascisti hanno l’opportunità e le motivazioni per intensificare le pressioni sui partigiani, anche a Legnano.
Anche il comandante Samuele Turconi a fine novembre ’44 si allontanò da Legnano. La GAP (Gruppo di Azione Patriottica, partigiani che vivevano in clandestinità ed effettuavano le azioni più rischiose) di Samuele era, secondo le statistiche delle Brigate Garibaldi, quella meglio armata, più forte ed efficiente perlomeno di tutta la Lombardia. La Volante Servadei delle formazioni piemontesi di Moscatelli aveva richiesto esplicitamente in prestito Samuele tramite il CLN di Milano in qualità di comandante esperto per una missione di un paio di settimane particolarmente difficile e delicata nel varesotto.
L’11 dicembre una delazione portò al suo arresto. Samuele aveva documenti falsi ma, durante le torture ad opera del Capitano Zambon e dei suoi uomini nella sede delle Brigate Nere di Varese, Samuele viene riconosciuto da un fascista legnanese e la situazione peggiora. Incarcerato a Varese viene torturato dalle SS ogni notte per 8-12 ore filate senza tregua né pietà fino alla mattina del 25 dicembre. Non parla. A febbraio 1945 viene inviato con altri al carcere milanese di San Vittore, condannato a morte, a fucilazione per rappresaglia con scelta a sorteggio. Samuele Turconi sarà fortunato e il pomeriggio del 24 aprile 1945 sarà ancora vivo.
Dalle formazioni di montagna di Moscatelli in quel novembre 1944 è arrivato a Legnano Mario Cozzi, noto col nome di battaglia di “Pino”. Il Cozzi ha avuto ordine dal CLN di prendere il comando della 101^ Brigata rimasta orfana di comandanti e anche della 182^ Brigata Garibaldi Mauro Venegoni che si era formata per scissione della 101^ diventata troppo numerosa. La giovane staffetta 17enne Piera Pattani è passata alla 182^ ed è diventata la collaboratrice più stretta di Mario Cozzi.
Garibaldini e cattolici a Legnano
Nella primavera del 1945 erano presenti quindi a Legnano due formazioni garibaldine ed una cattolica.
La 101^ Garibaldi con 8 distaccamenti (Franco Tosi, Brusadelli, Castellanza, Rescaldina, San Vittore, Cerro Maggiore, Cantalupo).
La 182^ Garibaldi con 9 distaccamenti (campagne della Valle Olona, Wolsit, Canegrate, Parabiago, Busto Garolfo, San Giorgio e Villa Cortese, Dairago, la ditta Safar).
Le formazioni cattoliche erano state conglobate nella Divisione Alto Milanese del Raggruppamento Divisioni Patrioti “Alfredo Di Dio” (Comandante Eugenio Cefis, vice-comandante il futuro ministro Giovanni Marcora) con varie Brigate tra cui la “Carroccio” che operava nella zona tra Saronno e Parabiago ed operava a Legnano. La Carroccio a Legnano aveva come membri di spicco Don Carlo Riva, Anacleto Tenconi, Alberto Tagliaferri. Comandante Bruno Meraviglia.
Il 9 aprile finalmente gli angloamericani riescono a sfondare la Linea Gotica. C’è nell’aria la sensazione che ormai sia questione di poco: tedeschi e fascisti hanno perso e si preoccupano solo di ritirarsi col minore dei danni, magari però distruggendo fabbriche e impianti elettrici prima di lasciare l’Italia. I partigiani si preoccupano che queste distruzioni non avvengano e gli operai si schierano pertanto ancora più decisamente dalla loro parte. Anche a Legnano i rapporti di forze pertanto mutano.
Il 10 aprile il Partito Comunista dirama le “Direttive n 16 del PCI per l’insurrezione” a firma Luigi Longo. Il 21 aprile il CLN Alta Italia dirama anch’esso le “Direttive per l’insurrezione nazionale” con le istruzioni per la realizzazione dello sciopero nazionale
Alla vigilia dell’insurrezione i partigiani di entrambi gli schieramenti erano abbastanza numerosi ma con un armamento del tutto insufficiente. Per la Carroccio solo uno su 5 aveva un’arma.
Le forze nazifasciste potevano contare su 290 uomini in Legnano, più un centinaio nei paesi limitrofi. Rispetto ai partigiani erano di meno ma molto ben equipaggiati con anche armamenti pesanti.
I partigiani non intendevano fermarsi di fronte a questo. Nella relazione delle Garibaldi si legge “…anche noi sentivamo che era imminente il crollo ed è ben per questo che dal primo di marzo al 25 aprile ci gettammo nella lotta per non dare più tregua ai nostri nemici…”
E i nazifascisti erano in genere piuttosto demotivati.
24 aprile
24 aprile 1945. A Legnano arriva una staffetta. E’ mezzogiorno e la staffetta si dirige alla casa del Don Carlo, all’oratorio di San Domenico. Lì è riunito un gruppo di partigiani della Carroccio: “Una tradotta con un forte contingente di militari fascisti arriverà verso sera alla stazione di Legnano con provenienza Milano”.
I partigiani decidono. “Bisogna quindi attaccare. Il presidio fascista di Legnano non deve essere assolutamente rafforzato con questi nuovi reparti!” Il comando unificato, Carroccio, 101^ Garibaldi e 182^ Garibaldi, impartisce ordini perché i partigiani prendano posizione.
Intanto, al carcere di San Vittore a Milano, alle tre del pomeriggio una guardia entra nella cella del comandante della 101^ Brigata Garibaldi GAP Samuele Turconi, gli getta del cemento addosso e gli ordina di scendere in cortile e dirigersi verso il passo carraio. Il partigiano è convinto che la guardia voglia fargli un brutto scherzo e farlo fucilare dalle guardie tedesche piazzate sopra il cancello di piazza Filangeri. Invece Samuele viene fatto fuggire e torna a piedi a Legnano, giungendovi all’alba del 25 aprile, giusto in tempo per riprendere il suo posto di comando nella lotta armata.
Nel tardo pomeriggio un’altra staffetta porta a Legnano il contrordine: i fascisti hanno preso un’altra strada. Ma il comando è deciso: “Ormai siamo pronti. Non ci si ferma più!
Attorno alle dieci di sera un gruppo di garibaldini della 182^ attacca a Canegrate le “Cascinette” un posto di blocco dove era insediato un presidio tedesco con un’importante stazione radio. Lo scontro fu durissimo e si concluse con la morte di tre tedeschi ed il ferimento di altri quattro, tra cui due ufficiali. La stazione radio fu messa fuori uso, impedendo quindi ai tedeschi le comunicazioni.
Contemporaneamente 24 uomini della Carroccio comandati da Alberto Tagliaferri attaccano due posti di blocco tedeschi situati presso il casello dell’autostrada. Liberata la via attaccano la caserma di viale Cadorna. Era importante conquistare la caserma in quanto in essa vi era un arsenale di armi che sarebbero state utilissime ai partigiani, che di armi ne avevano sempre poche. Secondo un rapporto del 5 marzo 1945 di Bruno Meraviglia (Tenente Angelo) della Carroccio nella caserma si trovavano 30.000 fucili e moschetti, 50 cannoni di vario calibro, 500 armi automatiche (mitragliatrici e fucili mitragliatori) con abbondanti munizioni. La resistenza dei tedeschi è stata ostica e tra i partigiani ci sono stati due morti e 5 feriti.
A un certo punto i tedeschi hanno deciso di uscire dal passo carraio del retro e dirigersi in parte verso l’altra caserma presso il poligono di tiro nei pressi dell’autostrada da dove fanno partire una sparatoria per bloccare la strada agli insorti e in parte presso il loro comando nella palazzina della GIL (la Casa del Balilla) in via Milano.
Gli uomini di Tagliaferri prendono possesso della caserma e vi passano la notte.
La 17enne staffetta Piera Pattani un mese prima aveva lasciato il lavoro per aiutare ad organizzare l’insurrezione il comandante delle formazioni legnanesi 101^ e 182^ Brigata Garibaldi SAP, Mario Cozzi (detto “Pino”). Piera è ancora oggi emozionata: “Mi ricordo che la notte del 24 aprile c’è venuto il mio Comandante, m’ha detto “Piera, oggi è arrivato il momento!” Pensi che son partita da Legnano, sono andata a Gorla Maggiore. Da Gorla Maggiore, man mano che venivo in giù, Gorla Minore… e… si mettevan insieme tutti. Sono arrivata a Legnano, alle stanghe – che adesso han tirato via - … tutta la gente della Valle Olona! Tutti! Tutti son venuti giù perché il 25 aprile era arrivato!
25 aprile
Siamo al 25 aprile 1945. Alle prime ore del mattino i tedeschi tornano in forze dalla via Milano ed assediano i partigiani all’interno della caserma. A un certo punto i tedeschi ripiegano e si spostano verso la caserma vicino all’autostrada e da lì con automezzi ed il grosso del materiale bellico imboccano l’autostrada verso Busto, prendendo poi posizione presso la Cascina Olmina.
Nel frattempo, alle 7.00 i garibaldini conquistano la scuola Carducci, in cui si era insediato un gruppo di avieri fascisti. E’ l’unico episodio in cui le forze fasciste hanno reagito attaccando con un camioncino, una mitragliatrice pesante ed una dozzina di uomini armati di mitra. Muoiono due uomini delle Brigate Nere. La scuola diventa la caserma dei partigiani.
Intanto in chiesa a San Domenico arriva trafelata una staffetta che parla col don Carlo. Don Giuseppe Longoni ricorda: “Parlarono velocemente tra loro e vidi don Carlo, senza proferirmi parola, abbandonare precipitosamente la chiesa. Mi riferirono poi che si era recato in oratorio dove lo attendeva un gruppo di partigiani e che armato di fucile mitragliatore aveva inforcato la bicicletta per una destinazione che non conobbi”. Si sono recati alle carceri di San Martino di Legnano a liberare i prigionieri politici.
Alle 9.00 viene attaccata la caserma della RSI e dei Carabinieri in via dei Mille (attualmente la sede decentrata della Provincia di Milano) e viene conquistata. Vi si installa il quartier generale del CLN legnanese.
All’Olmina i partigiani garibaldini attaccano l’autocolonna tedesca che si è insediata presso il casello dell’autostrada. Dalla Caserma Carducci vengono inviati rinforzi ai due caselli dell’autostrada all’Olmina e anche alla Canazza, dove al comando dell’azzurro (della formazione cattolica Carroccio) Alberto Tagliaferri e del garibaldino Samuele Turconi, si continua a sparare. All’Olmina la sparatoria dura un’ora e mezza, finchè viene circondato un palazzo in cui si sono asserragliati i tedeschi. Questi sventolano una bandiera bianca. I partigiani si avvicinano e i tedeschi fanno fuoco uccidendo tre partigiani: Ermenegildo Monticelli, Ernesto Pinciroli, Luigi Ciapparelli. I tedeschi alla fine fuggono ma 2 rimangono uccisi e 6 vengono catturati ed i partigiani resistono a fatica alla tentazione di fucilarli sul posto per l’inganno. Si limitano a far fare loro tutta la via Barbara Melzi a calci nel fondoschiena.
La GIL è saldamente in mano ai tedeschi, il Comune ed il Palazzo Littorio in mano ai fascisti.
Alle 10.30 entrano nel palazzo del Comune solo tre esponenti della Resistenza (il funzionario comunale Franco Calcaterra, il dipendente della Franco Tosi Giuseppe Rigo e Stefano Ubezio). I tre vengono respinti dagli agenti di polizia comandati dal commissario Andrea Santini. Ai partigiani si unisce Anacleto Tenconi, che in base agli accordi già presi, sarebbe dovuto diventare il primo sindaco di Legnano libera.
In contemporanea arrivano verso Legnano due colonne motorizzate, una di tedeschi arriva dall’autostrada, una mista di tedeschi e fascisti dal Sempione. Quella sul Sempione viene rallentata dagli attacchi dei garibaldini della 101^ e 182^ a San Lorenzo, Cerro e San Vittore. A Legnano viene rafforzata la linea difensiva che va dalla caserma di viale Cadorna verso le officine Ranzi e Gianazza (all’incrocio con il Sempione) e su vialeToselli verso il Castello e la strada per Canegrate.
Gli scontri si accendevano furiosi in tutta Legnano. Annota mons. Virgilio Cappelletti “La popolazione gira rara e circospetta. Le finestre sono chiuse e dietro le griglie guardano occhi curiosi. Non si ha ancora l’idea esatta di ciò che sta succedendo”
I genitori e parenti vanno nelle scuole a riprendersi i bambini. Una maestra annota ”Assolutamente vogliono le bambine, perché sono arrivati i partigiani e più nessuno può circolare dopo le 11. Non mi oppongo perché vedo il ritorno degli operai e sento degli spari; in poco tempo rimango sola. Sono le undici: anch’io ritorno a casa”.
Qualcun altro sta ritornando a casa in quella mattina. E’ il feretro di Angelo Montagnoli, comandante della Brigate Nere legnanesi, morto durante un combattimento a Castellanza nel pomeriggio del 23 aprile. Erano previsti funerali solenni proprio per il giorno 25 aprile ed il corpo del Montagnoli era stato portato alla GIL, la casa del Balilla, da cui sarebbe partito il funerale. E’ invece partito un camioncino quasi di nascosto che ha portato il cadavere a casa Montagnoli e da lì al cimitero, per una veloce e molto intima benedizione, presente il Prevosto Mons. Cappelletti.
In tarda mattinata si arrendono i repubblichini di via Alberto da Giussano e della Caserma Resega di via Tosi. Anche la piscina è in mano ai partigiani.
Monsignor Cappelletti annota: “Ore 12.00. Mons. Prevosto si è portato nel rione dei Ss. Martiri per trasportare un altro ferito grave. E’ un fascista, le truppe partigiane non glielo consegnano” E’ ferito ad una gamba. Si tratta del capitano delle Brigate Nere Arturo Sesler, che verrà ricoverato in ospedale dai partigiani stessi. “I partigiani hanno occupato tutto il Sempione, l’Ospedale e i gangli vitali della città”.
Alla Canazza servono rinforzi e Mario Cozzi li manda a chiamare. Erano circa le ore 12.30. Sono partiti in 23 o 24 garibaldini dalla piazza di Gorla Maggiore con un camion della ditta Cerini di Castellanza. Avevano percorso circa un chilometro in direzione di Legnano, quando, in via Garibaldi a Gorla Minore, nei pressi della Cascina San Giulio, di fronte al cimitero, due aerei “Pippo”, Spitfire alleati, sorvolano a volo radente. I partigiani dal camion si sbracciano e sparano in aria per salutare. Il primo aereo si abbassa e mitraglia, centrando in pieno il camion: 13 morti, 8 feriti gravi o mutilati. Tra essi alcuni partigiani della 101^ GAP di Samuele Turconi. Il Tanèla (Carlo Scandroglio) e l’Angelino Pisani sono morti quel giorno, il Sandrino (Alessandro Montani) tre o quattro mesi dopo per le conseguenze: erano tra i più fidati amici di Samuele, autori con lui, in squadra formata da loro quattro, di innumerevoli audaci azioni contro i nazifascisti.
Su questo fatto si parlerà in paese, a Gorla Maggiore, per molti anni, tutti si chiesero, quale equivoco, può aver indotto un pilota amico a sparare su un gruppo di Patrioti esultanti. Il solo equivoco fu quello che ovunque, nelle città del nord, si combatteva ma i Comandi alleati seppero solo alle ore 20.00 del 25 aprile che l’Italia era insorta, quindi per Pippo quello era un camion nemico. Non dobbiamo dimenticare che Legnano è insorta per prima alla sera del 24 aprile, Busto con la Valle Olona è insorta alle ore 9.00 del 25 aprile 1945, mentre i primi movimenti insurrezionali in Milano vennero ordinati dal CLN a partire dalle ore 13.00 del 25 aprile e a Torino dall’1.00 del 26.
Verso le 14.00 di quel 25 aprile dopo trattative cedono le armi anche i repubblichini di Palazzo Littorio (l’attuale Palazzo Italia) e da lì i partigiani si spostano a dare manforte ai loro compagni in Comune dove sullo scalone si era accesa una furiosa sparatoria, testimoniata dai segni delle revolverate visibili fino a qualche anno fa. Anche il Comune passa nelle mani dei partigiani e Tenconi assume le funzioni di sindaco, indossa la fascia tricolore e si porta al Comando militare in via Dei Mille.
Nel primo pomeriggio i tedeschi dalla GIL si spostano verso il centro occupando temporaneamente piazza San Magno, nel tentativo di dividere la città e impedire le comunicazioni tra partigiani e comando. L’offensiva aveva un fondamento. Se Busto era in mano ai partigiani, Rho e Milano erano ancora saldamente in mano a fascisti e tedeschi ed era in marcia verso Legnano una colonna tedesca di rinforzo partita la mattina da Milano. I tedeschi della GIL questo lo sapevano. Un’altra cosa però non sapevano: alle 18.00 arriva alla caserma di via dei Mille, cioè al quartier generale dei partigiani, una inaspettata telefonata: “Gli attesi rinforzi sono alle porte di Legnano!”. La telefonata è stata fatta dai tedeschi della GIL che sapevano della colonna in arrivo ma non sapevano che in via dei Mille i fascisti si erano arresi ore prima.
Del resto uno degli ex-partigiani che frequentano l’ANPI legnanese mi ha detto che in quelle ore era tutto così convulso che non ci si capiva più niente. Né da parte partigiana né a quanto pare nemmeno da parte tedesca.
Di lì a poco iniziarono violenti gli scontri lungo la linea difensiva partigiana di viale Cadorna. La conquista delle varie caserme aveva dotato i partigiani di numerose armi e delle mitragliatrici erano state piazzate anche sui tetti. I partigiani resistettero ai tedeschi, i quali furono costretti a rifugiarsi nelle varie fabbriche della zona. Ma si sparava ancora anche alla caserma all’entrata dell’autostrada. E’ in questo contesto che è stato ferito il comandante della Carroccio Alberto Tagliaferri, nei pressi del sanatorio.
Nella sera i tedeschi alla GIL accettano di iniziare le trattative con il comandante della Carroccio Bruno Meraviglia in tarda serata si arrendono.
Da Milano, dove si è diffusa la notizia della reazione avvenuta nel legnanese, colonne di nazisti e fascisti partono per andare in aiuto dei loro compagni e imboccano gli uni l'autostrada dei Laghi, gli altri il Sempione, ma verranno fermati a Rho, dove inizierà uno scontro molto violento.
I combattimenti continuano tra Legnano e San Vittore Olona, all’altezza del calzaturificio Ecclesia, di fronte alla ditta Gianazza, all’incrocio Sempione-Toselli, e si trasformano in una guerriglia di posizione che si protrae fino a notte inoltrata.
Il 25 aprile si chiude con una situazione molto favorevole ai partigiani legnanesi, tuttavia vi sono ancora ingenti forze naziste all’entrata dell’autostrada e soprattutto all’incrocio Sempione-Toselli. E forti gruppi di fascisti sono affluiti a San Vittore.
Renata Pasquetto e Giancarlo Restelli

Per saperne di più
Maggiori particolari e fotografie a questo link:
https://drive.google.com/file/d/0B2oiTbuM9ihjbjdXczR3R3pPam8/view?usp=sharing 
Documenti del Fondo Cozzi e del Comune di Legnano a questo link:https://drive.google.com/file/d/0B2oiTbuM9ihjS3hvbGpuMDgtbkk/view?usp=sharing
Le tombe dei partigiani legnanesi: https://youtu.be/W50oulSj5cA